Il dottor Hacarus venerdì, Set 15 2006 


– Buongiorno, signora Graine – disse Hacarus. – Notizie di suo figlio dal fronte?
– Sta meglio. Le gambe artificiali funzionano abbastanza bene.
– Le nostre gambe artificiali sono le migliori del mondo – disse Hacarus – ci potrà giocare anche a pallone. Signora Graine, ho bisogno della sua competenza e della sua lungimiranza. Purtroppo sta per finire la guerra in Lunistan. Abbiamo uno stock di diecimila missili Pocahontas che stanno per scadere, e la Minnie, una vecchia portaerei, che resterà inutilizzata. E anche una ventina di vecchi e buoni aerei Phantom. Non sono armi adatte per grandi guerre, ma in qualche guerricciola potrebbero essere utili. E poi ci sta a cuore la sorte dei nostri marinai e piloti.
– Lei è troppo buono, dottor Hacarus – disse la vecchia.
– Lo so. Allora, c’è qualche piccolo paese in cui intervenire per salvare i posti di lavoro sulla Minnie?
– Non è facile, così su due piedi – sospirò la Graine. Indicò il planisfero, irto di bandierine: – Abbiamo intrapreso parecchi interventi umanitari in questi ultimi anni. Ci sarebbe l’Irastan…
– Non l’abbiamo già bombardato?
– Lei si confonde con l’Iraqui. Però l’Irastan è troppo grande per essere attaccato con una portaerei. La Colchide è nei programmi tra cinque anni. Ci sarebbe il Lichtenweinz, ma non ha il mare.
– E allora?
– I nostri informatori ci comunicano che Pedro Josef Calamidas, il dittatore di Araucania, sta facendo fuori metà del paese e i suoi mortai rovinano le nostre piantagioni di banane.
– Per carità. E’ uno dei migliori clienti della mia banca, sua moglie compra dodicimila scarpe alla volta nei nostri negozi e suo figlio fa lo stesso coi nostri missili.
– Allora resta questa isoletta qui. Mantequilla, davanti al Vanzenzuela.
– Cosa ci ha fatto?
– Reclamo di nostri turisti. Blatte in una camera d’hotel.
– Non è un granché.
– Capperi. Producono troppi capperi e troppo salati. Aggressione alimentare.
– Non basta.
– Che ne dice di un golpe interno di militari mantequillani che minacciano di sgomberare le nostre basi?
– Può andare. Mi faccia sapere in settimana. E mi saluti sua figlia. Ha avuto il bambino?
– Non ho figlie, solo un figlio.
– Lo sapevo. Era per controllare se era veramente lei o un’abile infiltrata. Prenda la caramella premi dall’apposita vaschetta e dica alla segretaria di farmi portare qui il signor Ghewelrode.
La signora Graine raccolse i rotoli e se ne andò masticando la caramella.
(Stefano Benni, Spiriti, Feltrinelli, Milano 2000)

Non nascono forse così le guerre?

Vacanze in Lamponia lunedì, Ago 7 2006 

Si può viaggiare in treno, in automobile,
e in macchina da scrivere perché no?

Io ci ho provato.
Semplicemente battendo
un tasto sbagliato
sono arrivato in Lamponia:
un paese dolcissimo
che sa di marmellata e di sciroppo
e somiglia un pochino, ma non troppo,
alla Lapponia propriamente detta
che se ne sta a rabbrividire
lassù alle soglie del Polo.

Il popolo dei Lamponi
confina con altri popoli
buoni e tranquilli:
fragole, mirtilli,
lucciole e grilli.

Spesso giungono in visita
dagli Stati vicini
farfalle, api, bambini
con il cappellino bianco
che presto sarà nero di more…

O paese felice,
scoperto per errore,
Lamponia del mio cuore!

(da Gianni Rodari, Il libro degli errori, illustrazioni di Francesco Altan, Einaudi Ragazzi, Trieste 1995)

Ecco un’altra amena destinazione vacanziera offerta dalla letteratura. Questa volta si va in Lamponia, mezzo di trasporto la macchina da scrivere (magari una vecchia Lettera 35), alimentata con la fantasia inesauribile del grande Rodari. Lo adoro sin dall’infanzia questo cantore del candore (eh… battendo un tasto per un altro ne vengon delle belle!).
Buon viaggio!

Paese di Cuccagna martedì, Ago 1 2006 

Capitolo di Cuccagna
Doue s’intendono le marauigliose
cose che si fanno in quel paese,
doue che chi piu dorme
piu guadagna.
Et à chi parla di lauorare, li son
rotte le braccia

Son stato nel paese di Cuccagna:
o quante belle vsanze son fra loro!
quello che più ci dorme più guadagna.

Io ci dormì sei mesi, o sette foro,
solo per arrichire in quel paese:
pensate io guadagnai vn gran tesoro!

Per arriuarci stei per strada vn mese,
con meco mi portai sei chiauarini,
e per la via mi feci buone spese.

O quanta bella grascia, e buoni vini,
starne, fagiani, e carne di porcelli,
grechi, vernaccia, maluasia, e latini!

Si batton con le pertiche gli vccelli,
e poi si danno alli porci a mangiare,
e le Civette cacano i mantelli.

Il grano non bisogna macinare,
grosso è lo vaco più che nullo monte,
con zappa la farina puoi cauare.

Non c’è né duca, né signor, né conte,
ognun ci viue alla sua libertade:
o che bello paese, o bella fonte!

Ci son le spine ch’ànno dignitade,
che di mele son cariche, e di manna,
di rasandole, e confetti inzuccarate.

In quel paese ci troui la canna,
che d’vn cannello vna botte puoi fare,
si che ’l cocchiume puoi far da vna banda.

Non ha’ bisogno l’ vva di pestare.
El uaso è grande, e ne vien chiaro ’l vino:
metti pur, la cannella lassa stare.

Ci si troua tal volta tal lupino
ch’è grosso come pietra di montano,
e c’è gran copia di pepe, e cimino.

Sempre v’è tempo gratioso e sano
non ci vedi altro se non festeggiare;
non si pagan le biade, né arco il grano.

Là non ci parlar mai di lauorare,
che subito ti mettono in prigione,
e vn anno dentro ti ci fanno stare.

Sapete di che sono le prigione?
di cacio parmigiano son le mura,
e le feriate sono di cialdoni.

Vedete come son da poche le persone.
che di quel luogo non sanno scappare,
e lì in prigion si lassano morire.

Non ha bisogno ’l lino di filare:
bell’e filato nasce in quel paese,
altra faticha non bisogna fare.

Troui per strada senza farci spese
tante camicie, lenzuola, e touaglie,
cento braccia di panno allo tornese.

Ci son tante Pernici, e tante Quaglie,
che dalla casa non le puoi cacciare:
se stai a mangiare a tauola t’assaglie.

Le case belle vi voglio contare:
di cacio pecorino son le mura,
e di ricotta le fanno imbiancare.

Ad ogni casa ci è la tempiatura
di salciccie, prosciutti, e di ventresche:
se tu ci vai, fa che vi ponghi cura.

Li fondamenti fonti d’acque fresche:
ohime, chi si volesse mai partire?
belle ci son ceragie romanesche.

Le donne belle io vi voglio ancho dire;
io le vedeuo con tanto splendore,
per forza mi faceuan risentire.

Sono belle, e piaceuoli all’amore;
ognuno l’ha alla sua libertade,
e ognun contentan per non dar dolore.

O quanti belli letti incortinati,
coperte di velluti cremesini.
che mai si vidde si gran dignitade!

O quanti belli scudi trapolini!
ognun ne porta piena la scarsella,
e se n’ha vn rubbio per tre bolognini.

Ma voglio che sapiate vna novella,
che chi li vuol leuar dallo paese,
per ognun paga dieci di gabella.

Ma quella gente nobile e cortese,
sempre ti danno ciò che li dimande;
non sanno dir di no in quel paese.

Fra l’altre cose ci son due montagne,
e tutte due di solfo, e di pece:
per gire in cima ci vuole sett’anni.

E nella cima c’è vn piè di cece
che pare che nel ciel voglia toccare:
ben habbia quello mondo, e chi lo fece

Le oliue belle vi voglio contare,
che grosse sono come vn melone:
l’oglio se n’esce senza macinare.

Lo piede non si zappa, nè si pone;
altra fatica far non ci voleua:
menano i fruti suoi d’ogni stagione.

Pere, persiche, e noce io ci vedeua:
erano grosse fuor d’ogni misura,
che più di sei vn tnul non ne poteua.

Viddi vna vacca pascere a pastura,
c’hauea fatto quattordici vitelli;
l’herba c’è longa fino alla cintura.

Per quelli piani tanti li porcelli
grassi, e sfoggiati a chiunche ne voleua:
hor andiamoci tutti, o pouerelli!

Tante cocozze, e niun le poteua,
erano lunghe, grosse e smisurate:
viddi vno che ne fece vna galea!

Tanti poponi, e tante le melate,
che d’una fetta ne puoi fare vn ponte
d’ogni gran fiume, voglio che sapiate.

Ognuno in quel paese pare vn conte;
vanno vestiti d’vna foggia nuoua
de l’arte liberale di Caronte.

Più bel paese di questo non si troua,
e così degno, nobile, e perfetto:
le Bufale d’April ci couan l’uoua.

C’è tanto musco là, e tanto zibetto,
reobarbar, zenzeuero, e cannella,
chi ci va vecchio torna giouinetto.

Chi voi caualli odi questa nouella:
per tre quattrini te lo puoi pigliare
con briglia, con li sproni, e con la sella.

Tanta è la grascia io non potria contare,
che a dirlo non mi par la veritade,
altro non vedi il dì se non ballare.

Vn piede di lattuga ci ho trouate.
e sotto ci ho veduto gran pazzia,
tremila pecore starui amoriate.

Vn piè di cauol, che niun huom uria
che con l’accetta tagliar lo potesse!
tal arbor mai non viddi in fede mia.

C’è tanto pesce che, chi lo sapesse,
a pescar spesso ogn’huomo c’anderia,
non saria giusto che a pescar volesse.

Là tu metti la rete in vna via,
il pesce va a pascere a vna montagna,
là te ne puoi varcare a voglia ria.

Vi ho visto tal piede di castagna,
che fa dugento miglia di meriana;
li porci non la voglion: o chi la magna?

Ci son pecore ch’àn longa la lana,
che pare che sian code di cauallo,
e sotto terra lor si fan la tana.

Andando a spasso vn dì trouai vn gallo,
non lo potei vccider sì era grosso
e li dei sette colpi con vn maglio.

Al fin mi si cacciò e misse addosso,
con l’ogne, e con li pizzichi mi stracciò,
e mi fece cascar in vn gran fosso.

Cadendo vna ranocchia mi pigliò,
e intero m’inghiotti in vn boccone,
e in manco di mezz’hora mi cacò.

E così mi venne in mano un bastone,
e fuore di quel fosso me n’vsciua,
e persi la berretta col giubbone.

Per quelli piani correr si vedeua
tante lumache, e tante tartaruche,
che mille can giogner non le poteua.

Ci son li ricci che han longhe le puche,
che ci si fanno l’haste alle corsesche:
se c’arriuo, volete ve n’aduche ?

Ci sono di Gennar le frutte fresche,
belle, e mature, e han la camicia rotta,
le pere moscatelle, e gentilesche.

Andando a spasso ci trouai vna grotta:
io per vederla dentro volsi gire,
appresso sento: serra, volta, volta!

Per la paura io mi messi a fuggire,
che mai mi riuoltai a capo drieto,
in sette settimane non potei vscire.

Così creder lo puoi se sei discreto,
che senza veritade è gran bugia:
per ridere l’ha fatto lo Poeto.
E per spassar la mala fantasia.

Cari fratelli, mi voglio partire,
Volete qualche cosa comandare?
Se qualchuno in Cuccagna vuol venire,
Con le bagaglie si debba acconciare.
Ma non ci venga chi non può dormire,
Che ti so dir che morirà di fame!

E questo si costuma in la Cuccagna:
Quello che più ci dorme, più guadagna.

Così vi dico, cari miei fratelli,
Là le Ciuette cacano i mantelli.

(Il Capitolo di Cuccagna – di autore trecentesco anonimo – è stato stampato in Siena nel 1581 forse alla Loggia del Papa dal codice “Miscellanea alessandrina XIII. a. 58”, composto da 4 carte senza numerazione né richiami)

No, non ho deciso di farmi pigliar per il naso da un “Poeto” del Trecento. Il fatto è che questo testo mi piace assai e lo ritengo forse il mio miglior auspicio per le vacanze che si avvicinano. Già perché “quello che più dorme, più guadagna” e chi si azzarda a lavorare finisce in galera. Per non parlare, poi, delle donne “belle, e piaceuoli all’amore”.
Manca solo un piccolo dettaglio: ora vado all’agenzia di viaggi e vedo quanto mi può costare un soggiorno nel paese di Cuccagna. Spero ci sia ancora un posto.
Non credo che vi manderò una cartolina. Ma quando pensate a me e vi chiedete come sto ricordatevi di questa poesia.

Top-Five Mania lunedì, Lug 24 2006 

“Barry parla pressoché ininterrottamente, e perlopiù dice cose incomprensibili e assurde: parla un sacco di musica, ma un sacco anche di libri (Terry Pratchett e qualsiasi altra roba con mostri, pianeti e via dicendo) e di film, e di donne. Pop, girls etc: come dice la canzone dei Liquorice Comfits. La sua conversazione, però, è pura e semplice enumerazione: se ha visto un buon film non ti racconta mica la trama, o le sensazioni che ha provato, invece ti dice quale posto occupa nella sua classifica dei migliori film dell’anno, in quella dei migliori film di tutti i tempi, e in quella dei migliori film del decennio. Barry pensa e parla in termini di decine e di cinquine, e di conseguenza così facciamo anche Dick e io. E ci fa stilare classifiche tutto il tempo: «Ok, ragazzi. I cinque migliori film di Dustin Hoffman». O i cinque migliori a solo di chitarra, o i cinque migliori dischi incisi da musicisti ciechi, o i cinque migliori episodi dei telefilm di fantascienza di Gerry e Sylvia Anderson («Non posso credere che hai messo Captain Scarlet al primo posto, Dick. Non era quello che non poteva morire? Ma se non può morire che gusto c’è?»), o i cinque migliori dolci che si acquistano in barattolo («Se uno di voi si azzarda a mettere in classifica il rabarbaro o la crema, do immediatamente le dimissioni»)”.

(Nick Hornby, Alta Fedeltà, Ugo Guanda Editore, Parma 1996)

Regalare un libro è un’azione molto appagante. Richiede un discreto impegno e/o una certa predisposizione alla comunicazione. Già, perché donando un libro si dona un mondo, un intrico di significati, un fiume di emozioni. Mi piace molto regalare libri; capire quale possa essere il libro più adatto per una persona è un’esperienza che permette di aumentare notevolmente la conoscenza che si ha della persona stessa. Di fatto regalo quasi sempre libri.
Ma raramente mi vengono regalati, perché il rischio di donarmi un libro che già possiedo è abbastanza elevato. Non così per Alta Fedeltà, dono di grande significato, punto di arrivo del percorso di riavvicinamento all’amica ritrovata, punto di partenza di un’amicizia che si fa sempre più profonda ed emozionante di giorno in giorno. Non ci poteva essere un romanzo più in sintonia con la fase della vita che mi trovo ad attraversare, l’immedesimazione con lo scapestrato Rob Fleming è inevitabile. Riflettere con ironia sul senso della vita, sull’amore, sull’amicizia, sui legami dell’appartenenza. La ricerca della stabilità. La gioia profonda degli incontri. Hornby ha scritto il libro che avrei dovuto scrivere io. E la mia amica Micky lo ha capito e mi ha consegnato insieme al libro un’occasione di riflessione, un raggio accecante di speranza.
La faccenda delle classifiche top-five cui si accenna nel brano che ho riportato è un tormentone che attraversa tutto il libro. E’ un gioco divertentissimo, una chiave per scoprire se stessi e gli altri. Ho deciso di inaugurare una nuova sezione del blog in cui riunire le mie top-five.
Grazie Micky!

Le folaghe sono tornate al lago martedì, Giu 13 2006 


“E come vi stimate, invece, quando fate gli indovini alle spalle di noi poveri animali! Li conosciamo bene quei vecchietti che dicono ieratici: ‘Ecco, le folaghe sono tornate al lago, tra poco verrà primavera’. E tutti i presenti commentano a bocca aperta: accidenti, come è saggio quel vecchietto, conosce i misteri del tempo e delle stagioni. Ma chi se li è fatti quindicimila chilometri tutti in una tirata fino al lago, senza bussola, chi ha volato un mese a tutta birra per essere puntuale all’appuntamento con la primavera? E’ stato il vecchietto che si è fatto quel bel volo muovendo le falde della gabbana, o è stata la povera folaga? E il merito di indovinare la stagione se lo prende tutto il vecchietto. Sempre così: contate solo voi sulla terra. E la pubblicità? ‘Il buon latte del contadino’, ‘il buon miele di nonna Teresa’. Ma provate a mungere un contadino, e vedrete che risultato. O mandate nonna Teresa a ciucciare i fiori! Basta! Siamo stufi di falacuccia, dalazampa, salta nel fuoco, torna a casa, porta il bastone, porta il fagiano, porta le pantofole. Siamo stufi di farci tagliuzzare e riempire di virus e bacilli per farvi scrivere qualche bell’articolo scientifico”.

(Stefano Benni, Terra!, Feltrinelli, Milano 1983)

So che a molti di voi questo libro non è affatto nuovo. E che Benni è uno scrittore ormai di moda (e a ragione, secondo me), ma non è del romanzo che voglio parlare, anche perché, benché lo trovi abbastanza divertente, non credo sia il suo capolavoro.
Mi ha incuriosito piuttosto il brano che ho riportato qui sopra, le parole di un topo astronauta che, apparentemente semplici, aprono uno squarcio interessante sulla nostra visione della natura e in particolare sul nostro modo sempre utilitaristico di considerare gli animali.
Dovremmo essere più rispettosi e riconoscenti nei loro riguardi. Forse un tempo le condizioni economiche ci impedivano di esserlo, ma ora questo alibi non regge più. O sbaglio?

Ricette immorali giovedì, Apr 27 2006 

Baccalà al pil pil

(per 4 persone)
8 pezzi di baccalà
1/2 litro di olio di oliva
4 spicchi d’aglio
2 peperoncini piccanti piccoli

Si tiene il baccalà a bagno per circa 24 ore, cambiando l’acqua ogni otto ore. Si accerta che la dissalatura sia al punto giusto. Se così è, si toglie il baccalà dall’acqua e lo si fa sgocciolare, si squama e si tolgono le spine. Si mette sul fuoco una pentola di terracotta con l’olio, i peperoncini e l’aglio. Si mettono da parte il peperoncino e l’aglio quando saranno imbionditi, e si mette in quella stessa pentola il baccalà con la pelle. Se il baccalà è di buona qualità, basteranno quindici minuti di cottura. In seguito, si leva l’olio e si comincia a lavorare il baccalà, imprimendo alla pentola movimenti circolari e ondulatori, e nel frattempo si aggiunge a poco a poco l’olio, lo stesso che prima era stato messo da parte, sino ad ottenere una salsa densa. Si orna con gli spicchi d’aglio adoperati all’inizio e con i peperoncini tagliati a rondelle.

Se non si trattasse di magia, ma dico magia vera e propria, inspiegabile, direi che si tratta di magia, ed è questo che dico. Baccalà morto stecchito, resuscitato dall’acqua e trasformato a un tratto in materia malleabile, come il marmo nelle mani di Michelangelo o l’argilla in quelle di un vasaio di Guadix. È magia che il baccalà morto stecchito diventi materia che ha creato il proprio paesaggio di salsa bianca e cremosa come un latte fondamentale e solido. Due corpi che mangiano insieme il baccalà al pil pil dalla stessa pentola diventano per forza vasi comunicanti perché tra essi prende il sopravvento la comunicazione della materia-linguaggio, il pil pil, la lingua, fatti, cose che si ascoltano dallo stesso centro dell’esperienza condivisa. Così parlò Zarathustra. Ma io mi limito a dire che questo è il piatto del re dei mari e dei letti, vale a dire, il piatto re di tutte le navigazioni, e che vivere non è necessario, ma navigare sì.

(Manuel Vázquez Montalbán, Ricette immorali, Feltrinelli, Milano 1992)

Non c’era mica bisogno di Vázquez Montalbán, il cantore delle incredibili gesta erotico-poliziesche di Pepe Carvalho, per insegnarci che l’amore e il sesso intrattengono profondi legami con la cucina – direte voi. Certo, lo sapevamo già, ce ne aveva già parlato persino Apicio, il grande chef della classicità romana, e i più fortunati tra noi lo hanno sperimentato anche personalmente.
Ma nessuno finora era sceso tanto nel dettaglio tracciando le relazioni tra il piatto, la situazione amorosa e la vittima della seduzione. Scrive: “Non si sa di nessuno che sia riuscito a sedurre con ciò che aveva offerto da mangiare; ma esiste un lungo elenco di coloro che hanno sedotto spiegando quello che si stava per mangiare”.
Buon appetito!

Le mie montagne, le stesse di Antonia Pozzi lunedì, Apr 24 2006 

Ho dedicato la giornata di ieri e un’escursione in montagna in solitaria. La prima uscita della stagione, era ora!
Ho incontrato diverse persone lungo il percorso, con molte di loro ho anche conversato. Non ho mai capito perché in montagna si sviluppi questa mutua solidarietà, questo farsi carico sempre un po’ degli altri. Non capita negli altri luoghi, negli altri momenti della vita quotidiana. Se il mattino, salendo sulla metropolitana, cominciassi a salutare le persone che non conosco, credo mi prenderebbero per pazzo.
Quel che so è che è assai piacevole stare con gli altri in queste situazioni. L’impressione è che il piacere per il godimento della natura non possa andar disgiunto da una partecipazione sociale. Anche se le escursioni in solitaria sono molto suggestive sul piano spirituale, giacché il silenzio e la fatica aiutano l’introspezione, l’incontro con un viandante su un sentiero è sempre fonte di gioia. Mentre salivo ho incontrato una signora sui sessantacinque anni che scendeva e che mi pareva un po’ in difficoltà. Mi sono offerto di aiutarla, ma mi ha risposto che aveva bevuto quattro grappini al rifugio e che ora il sentiero (un sentiero tremendo, tutto in roccia) le sembrava un autostrada!
Sono stato sulla vetta del Resegone, un monte di bellezza straordinaria. L’insieme della montagna, celebrato anche da Manzoni nei Promessi Sposi, porta il nome di Monte Serada e la sua corona terminale viene tradizionalmente chiamata Resegone, a causa dei suoi molteplici denti rocciosi che la fanno assomigliare ad una sega di gigantesche dimensioni. L’aspetto di grande sega si presenta a chi lo osserva da Lecco, o fin dalle pianure milanesi. Sul versante lecchese il Resegone, che raggiunge l’altezza di 1874 metri, è nudo, scosceso a grandi linee, imponente e maestoso, e signoreggia su tutti gli altri monti.
Le montagne che frequento più spesso sono le Prealpi Lombarde, le più comode per me da raggiungere; monti non eccessivamente alti, ma assai impervi, duri e spesso piuttosto brulli. Sono le stesse montagne che tantò amò Antonia Pozzi (1912-1938), poetessa milanese morta suicida a soli 26 anni.
Voglio lasciarvi una lirica della scrittrice, composta proprio a Pasturo (Valsassina) nel 1929.

umida strada
cielo d’ametista
lacrime e lacrime
sulle tue lunghe ciglia
sulle mie lunghe dita
la mia anima
canora contro il vento
come un drappo di seta
a sbandierare
frenetica di strappi
per versare in uno squarcio
la sua giovinezza
ed inondarne te
nuvola bionda
impolverata dalla vita

Ò, non s’impara mai gnénte, vè! venerdì, Apr 21 2006 

Fumare alora si fuma i vizadri secchi, certi canoni, ma tanto non si respiravano, e quando tiravi facevano delle fiamate di mezzo palmo, oltre al sapore che t’arivava in bocca che sembrava ti fumassi il comò della tua stànzia. Roba forte, mica tutti eran bòni. Più gentile e delicato il fumare nelle pippe, cosa che si prestava agli esperimenti, foglie di rosa, di figo, di castaggno, di vite, ormai s’era intenditori; si provò anche quelle foglie secche di quella canapa che i nonni tenevano nella cavanna, lì perché non si sa mai, tanto i telai non li aveva più nessuno. Non eran cative, quelle foglie. E di lì a venire, quando mi capitò in bocca quella tal sigaretta che sembrava di fumare l’ira di dio, mi dissi: “Ma sto sapore qui l’ho già sentito” e chi l’avrebbe detto che eran le stesse foglie fumate nelle pippe di tera grèca (o granturco perché si fecero anche con quello) di quei giorni lontani nel lontano fiumme. Ò, non s’impara mai gnénte, vè.

(Francesco Guccini, Cróniche epifàniche)

Questa notte ho tolto dallo scaffale della mia libreria questo curioso volume di Francesco Guccini, edito dalla Feltrinelli nel 2002, e che lessi qualche anno fa. L’idea mia era quella di presentarlo sotto la categoria degli “scampoli di lettura”.
Poi stamane mi sono imbattuto del tutto casualmente con il brano che ho riportato. Mi sono tornate alla memoria sensazioni, visi, emozioni legati alle primissime esperienze da fumatore e ho pensato di trattare la faccenda nella sezione “amarcord”.
D’altra parte, benché assai più più giovane del cantautore emiliano, appartengo a una generazione che ha amato le “barbe” del granturco e con quelle si son fabbricate le prime rudimentali sigarette, tremende di sapore e portentose nel graffiare la gola. E le si fumava di nascosto, naturalmente, al limitare dei campi. Pregi e delizie di un’infanzia trascorsa nella provincia ancora ricca di campagna.
Eran luoghi e situazioni di confronto acceso e di socializzazione. Le prime utopie, i primi innamoramenti. Le prime sgangherate insorgenze dell’astio nei riguardi di tutto ciò che è costituito: clero, stato, famiglia. Le prime ubriacature collettive consumate sempre nei medesimi luoghi. Non c’era un “fiumme” nella mia adolescenza, ma campi di granturco sì e una fretta smaniosa di crescere e di contare.
E anche un’ingenuità che rendeva tutto magico e che, in fondo, non mi ha mai abbandonato. Neppure ora che la “barba” del granturco non la fumo più.

Nota: il caro Guccini, in appendice al suo libro, pubblica una sorta di glossario, molto utile per decifrare questo curioso dialetto dell’Appennino Tosco-Emiliano. Vi riporto, per completezza, la voce “vizadro”:

vizadro: Clematis Vitalba. Non è l’Erba Pantagruelion, ma per i suoi molteplici usi ci si avvicina: si arampica e ricopre con liane festose, anche se è da dire che non reggono un gran ché se uno vuol farci Tarzan. Le stesse liane, secche, troncate, possono essere fumate a mò di sigaro (senza respirare, sia chiaro), e i germogli giovani, previa bollitura, si usano in primaverili frittate.

(Francesco Guccini, Cróniche epifàniche)

Il protervo difensore dei malnati giovedì, Apr 6 2006 

C’era là sotto un antro curvo e scuro
dove una cruda scena si svolgeva:
un magro, adunco e livido figuro,

con toga e foga avanti si sporgeva
verso una corte di dieci demoni,
e nella bieca bocca rimuoveva

una lingua nerastra, e brutti suoni,
grugniti da parole mascherati,
blese, sconvolte e storte orazioni.

“Colui che rutta e sputa aspri latrati
è Taormina”, disse la mia guida,
protervo difensore dei malnati”.

“A difesa di chi ora rogna e grida?”
io domandai, e lui: “Di Satanasso,
che, per riabilitarsi, in lui confida”.

Di botto io fermai stupito il passo
e dissi: “Mai difesa fu più vana,
giacché non potrà assolversi qui in basso

chi fu dannato da legge sovrana!”.
Il mio maestro fece allora segno
perché guardassi nella tonda tana,

dove finito era il turpe impegno
dell’avvocato, e l’orrida giuria,
con arie di meditabondo impegno

si consultava, e una diavola strìa
si alzò in piedi e pronunciò il verdetto:
“Sempre dannato il Dannato sia!”.

Allora vidi il segaligno ometto
guardare atterritissimo il terreno
davanti, che si aprì, e come un getto

ne schizzò fuori un mostriciattolo osceno,
gli si avventò alla gola e gliela morse
e gli inettò doloroso veleno,

e poi sparì, e Taormina risorse
e riattaccò la sua arringa bestiale
sull’innocenza di colui che corse

da Luce al Buio, e dal Bene al Male.
“Così, eternamente?” domandai.
“Eternamente”, disse il mio sodale.

(Roberto Piumini, La nuova Commedia di Dante, illustrata da Francesco Altan, Feltrinelli, Milano 2004)

La finzione letteraria è quella di un Dante Alighieri alle prese con un fungo allucinogeo di “persa semenza”. Sotto effetto del fungo Dante avrebbe composto alcuni canti visionari e profetici che non avrebbero trovato posto nell’edizione ufficiale della Divina Commedia. Piumini si incarica di pubblicare, pertanto, i manoscritti.
Le portentose qualità del fungo allucinogeno permettono a Dante di esplorare la società e la cultura italiana dei nostri giorni. La scioltezza ludica dei versi di Piumini si accompagna a una verve polemica assai incisiva, talvolta spinta sino all’irriverenza. La mano deliziosa di Altan fa il resto.
Molti i personaggi dannati per sempre, da Vespa a Ferrara, da Vanna Marchi a Milosevic. Incantevoli i quadretti dei beati, tra cui un ispirato Almodovar e un Gandhi intento a dar da bere a Pannella. Un libro da non perdere.

Come l’anguilla fuori dal cesto domenica, Apr 2 2006 

Ma al primo colpo dei cannoni francesi, il Pendulus sgusciò giù dal cavallo, come l’anguilla fuori dal cesto quando sente l’acqua della salvezza, e abbrancata la sua sacca corse finalmente verso Civisbellum dove l’aspettava la Luigina in un ciuffo di piume.
Così correndo trapassò Melzo, Monza, Sesto San Giovanni e Bresso, fermandosi un attimo sul ponte del Lambro, dove con speciale uncino, ritorto dal filo di ferro che era stato il centrale sostegno del busto della sua sarta di Milano, cavò una tinca dall’acqua e rimirandola così nera e lustra la immaginò già cucinata, steccata d’aglio e di prezzemolo, annegata in un magrissimo succo di limone, pelago a due affondati gambi di sedano e all’isola di una bella patata bollita, dentro le rive di una maiolica di Bassano.
Finalmente giunto a Civisbellum, la Luigina lo ristorò in fretta con la tinca in bianco, senza un filo di contorno, avendo troppa furia d’arrivare in porto, ma così facendo soffiò vento contrario sull’artista che aveva spirito bizzarro e respingeva il pesce senza l’ornamento di un po’ di verdura bollita, essendo venuto da Parigi a pane e acciuga; e poiché in quel momento gli zampillava nella mente una mirabile battaglia lasciò il pesce liscato a metà ma finì il gotto di bianco, quindi srotolata la tela la inchiodò sull’anta dell’armadio e sparsi sul comò i suoi vasetti di cinabro, terra di Siena, vermiglione e smeraldo, li rimestò con la forcina dei capelli che era negletta su quel marmo, e le tinte provò col pollice passandolo sul risvolto della manica dove la sarta gli aveva cucito un cuoio per la bisogna, poi, diventando profondamente assorto e non curante della donna che avendo già slacciata la camicia rabbrividiva di freddo e di passione, cominciò a fare un cavallo con un sottilissimo pennello di volpe, bilanciando il primo tratto della coda con un lungo occhieggiare, fisso alla sua approvazione, espressa, se c’era, col lapparsi le labbra, e se non c’era, col dubbioso mordicchiare dei baffi.

(Adamo Calabrese Stradivarius Radesky, Il libro del re, Viennepierre edizioni, Milano 2001)

Siamo di fronte a un capolavoro di autore quasi perfettamente ignoto. Storie di guerre e di amori boccacceschi s’intrecciano in un’ipotetica Brianza cinquecentesca. La foga dell’autore di raccontarci queste vicende è tanto impetuosa da travolgere talvolta sintassi e punteggiatura, derogando in modo assai gradevole alle regole dello scriver bene.
Il gusto per il ridicolo, il grottesco, l’assurdo, che disvela però alcune grandi e inconfessabili verità dell’animo umano e dei suoi moti, è presente qui come nel Don Chisciotte di Cervantes. L’autore non è forse impermeabile neppure alla lezione di “Brancaleone”.
Per una specie di capriccio, la Postfazione è stata disegnata anziché scritta. Vi assicuro che i disegni da soli varrebbero il libro. So che è praticamente possibile trovare il volume in libreria. Quindi, se siete interessati a leggerlo chiedete a me. Conosco bene la casa editrice che lo ha pubblicato e ve lo procurerò senza difficoltà.

Il calore infinito della mia povertà giovedì, Mar 30 2006 

Alle volte, negli ospedali psichiatrici allestivano dei letti di fortuna, dei pagliericci per terra. E, se levavi gli occhi, vedevi i piedi legati del tuo vicino. Su uno di questi pagliericci, ricordo, ci sono stata per sei mesi, e il pavimento era freddo, ma io alzavo i miei occhi e guardavo il cielo, e poi ancora il sole, e sentivo il calore infinito della mia povertà.
(Alda Merini, L’altra verità. Diario di una diversa, Rizzoli, Milano 2000)

La prosa della Merini non è mai davvero prosa, le parole si affastellano comunque sempre con la sapienza dei suo fine orecchio musicale. Consiglio questo libro come introduzione alla sua produzione poetica, una sorta di laboratorio esistenziale e letterario in cui si disvelano le arcane alchimie dei suoi ossimori e dei suoi sorprendenti moti dell’animo.
Una donna che può insegnarci a vivere.