L’amore al tempo della guerra martedì, Dic 5 2006 


Stranizza d’amuri

‘Ndo vadduni da Scammacca
i carritteri ogni tantu
lassaunu i loru bisogni
e i muscuni ciabbulaunu supra
jeumu a caccia di lucettuli …
a litturina da Ciccum-Etnea
i saggi ginnici ‘u Nabuccu
a scola sta finennu.

Man manu ca passunu i jonna
sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa
ccu tuttu ca fora c’è a guerra
mi sentu stranizza d’amuri
l’amuri

E quannu t’ancontru ‘nda strata
mi veni ‘na scossa ‘ndo cori
ccu tuttu ca fora si mori
na mori stranizza d’amuri
l’amuri

E quannu t’ancontru ‘nda strata
mi veni ‘na scossa ‘ndo cori
ccu tuttu ca fora si mori
na mori stranizza d’amuri
l’amuri

Man manu ca passunu i jonna
sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa
ccu tuttu ca fora c’è a guerra
mi sentu stranizza d’amuri
l’amuri.

(Franco Battiato, 1979)

Nel vallone di Scammacca
i carrettieri ogni tanto
lasciavano i loro bisogni
e i mosconi ci volavano sopra
andavamo a caccia di lucertole
il vagone della Circumetnea
i saggi ginnici, il Nabucco
la scuola sta finendo.

Man mano che passano i giorni
questa febbre mi entra nelle ossa
Anche se fuori c’è la guerra
mi sento una stranezza d’amore
l’amore

E quando ti incontro per strada
mi viene una scossa nel cuore
e anche se fuori si muore
non muore questa stranezza d’amore
l’amore

E quando ti incontro per strada
mi viene una scossa nel cuore
e anche se fuori si muore
non muore questa stranezza d’amore
l’amore

Man mano che passano i giorni
questa febbre mi entra nelle ossa
Anche se fuori c’è la guerra
mi sento una stranezza d’amore
l’amore.




Dieci, cento, mille volte, ieri, ho riascoltato questo brano che significa l’amore al tempo della guerra, che significa l’intima forza di rigenerazione dell’uomo anche nella disperazione. Il canto di Battiato ha la forza della poesia, quella vera, e il fascino arcaico del dialetto. E anch’io “mi sentu stranizza d’amuri”.

Francesco, deh portaci un po’ di veleno! venerdì, Nov 10 2006 


La gola è pronta per il vino, tesa per cantare a squarciagola. Ma è del suo veleno, soprattutto, che abbiamo bisogno in questi tempi di rassegnato sopore. Stasera “il candido e poetico Guccini” (come lo chiamava Lauzi in una sua canzone) verrà a portar la sua gustosa bevanda forte di poesia, umorismo tagliente e denuncia incazzata in quel di Milano. L’elefantino e i suoi amici sono in fremente attesa per l’imminente serata di festa.


L’avvelenata
(Francesco Guccini, 1976)

Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni
credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni?
Va beh, lo ammetto che mi son sbagliato e accetto il “crucifige” e così sia,
chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato…

Mio padre in fondo aveva anche ragione a dir che la pensione è davvero importante,
mia madre non aveva poi sbagliato a dir che un laureato conta più d’un cantante:
giovane e ingenuo io ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo,
e un cazzo in culo e accuse d’arrivismo, dubbi di qualunquismo, son quello che mi resta…

Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa,
però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia;
io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi:
vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso…

Secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a cantare,
godo molto di più nell’ubriacarmi oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare…
se son d’umore nero allora scrivo frugando dentro alle nostre miserie:
di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo…

Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista,
io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista!
Io frocio, io perché canto so imbarcare, io falso, io vero, io genio, io cretino,
io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare!

Secondo voi ma chi me lo fa fare di stare ad ascoltare chiunque ha un tiramento?
Ovvio, il medico dice “sei depresso”, nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento.
Ed io che ho sempre detto che era un gioco sapere usare o no ad un certo metro:
compagni il gioco si fa peso e tetro, comprate il mio didietro, io lo vendo per poco!

Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni,
voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni…
Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete,
un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate!

Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso,
mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso
e quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare:
ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto!

Queste navi in bottiglia scivolate via venerdì, Nov 3 2006 


Capita che uno si svegli una mattina e si accorga di avere trent’anni sulle spalle. L’autunno è già una stagione di ripensamenti e bilanci, crisi esistenziali, rivoluzioni interiori, senza che ci si debba mettere un compleanno a cifra tonda, acciderbolina!
Uno cerca di non farci caso, anche se il pensiero lo perseguita già da almeno due anni. Uno prova a far finta di niente. Cerca di non farlo sapere a nessuno. Ma non c’è niente da fare. Il fatidico giorno si presenta ed è straordinariamente puntuale, come ogni anno.
E allora pensi al libro che da sempre avresti voluto scrivere, alla montagna che da sempre avresti voluto scalare, alla donna che da sempre avresti voluto avere, alla canzone, la canzone perfetta e assoluta, che da sempre sei stato convinto di poter scrivere. E ti accorgi di non aver fatto nessuna di queste cose e lo sconforto è una cosa che mette un brivido freddo, che parte dai piedi e, conquistato tutto il corpo, ti mette freddo.
Provi a fare una lista di quel che sei comunque riuscito a fare, tenti una top-five dei tuoi successi e ti accorgi che dei pochi che ti son venuti in mente quasi nessuno è definitivo. Son successi a metà, son più che altro aspetti del carattere che ti sei costruito e che devi mantenere con pazienza e sacrificio. Sono relazioni con le persone che hanno bisogno di continuo nutrimento perché non avvizziscano. E sogni e desideri che si cerca di realizzare giorno per giorno.
Sono navi in bottiglia scivolate via.


Intorno a trent’anni
(Mimmo Locasciulli, 1982)

Fuori c’è un tempo da cani
la pioggia ha chicchi grandi come noci
meglio stare a casa la sera
a guardare la televisione

Un bicchiere ti rimette la pace
io non ho voglia più di fare la guerra
con una città che sa menare le mani
e con un pugno ti stende per terra.

E siamo noi che abbiamo intorno a trentanni
che abbiamo girato l‘Europa e l’America
e adesso siamo stanchi.
Siamo noi che quando riparte il treno
ci riprendiamo la giacca ci mettiamo il cappello
e ci troviamo lì.

C’è una ragione precisa
se c’è una pietra sopra il cuore che pesa
e non è un fatto di moglie non è un fatto di figli
non è quello che puoi pensare

Sto dalla parte dei ladri
che stanno dentro perché l’hanno traditi
che fanno finta che si sono pentiti
però ci basta uno sguardo e già ci siamo capiti.

E siamo noi che abbiamo intorno a trentanni
che abbiamo rubato l’Europa e l’America
con le nostre mani.
E siamo noi che quando riparte il treno
ci riprendiamo la giacca ci mettiamo il cappello
e ci vediamo lì.

Sole che nasce e che muore
su questa storia senza più parole
che raccontiamo con presentimento
in un tramonto di fuoco senza un filo di vento.
Verranno giorni di pioggia
verranno giorni di malinconia
tra gli aquilotti che hanno messo le piume
e queste navi in bottiglia scivolate via.

E siamo noi…

Piccolo grande Bruno mercoledì, Ott 25 2006 

Per me è stato un grande cantautore, benché forse non abbia mai sfondato come avrebbe meritato; è stato un interprete di grande spessore della scuola genovese e un “poeta fungaiolo”, come amava definirsi. Anche se il suo pensiero politico, specie negli ultimi anni, ha preso derive che non ho apprezzato, ho troppo amato la sua musica e quella sua voce di genovese incazzato e innamorato della vita per non essere dispiaciuto per la sua scomparsa. Mi piace pensare che Bruno se ne sia volato via come “l’aquila”.

Il poeta

Alla sera al bar con gli amici
si parlava di donne e motori
si diceva son gioie e dolori
lui piangeva e parlava di te.

Se si andava in provincia a ballare
si cercava di avere le più belle
lui restava a guardare le stelle
sospirava e parlava di te.

Alle carte era un vero campione,
lo chiamavano il ras del quartiere, ma
una sera giocando a scopone
perse un punto parlando di te.

E alla fine una notte si uccise
per la gran confusione mentale
fu un peccato perché era speciale
proprio come parlava di te.

Ora dicono che era un poeta
perché sapeva parlare d’amore
cosa importa se in fondo uno muore
e non può più parlare di te.

Bentornata Silvia mercoledì, Set 27 2006 

Canzone per Silvia
Francesco Guccini, 1994

Il cielo dell’America son mille cieli sopra a un continente,
il cielo della Florida è uno straccio che è bagnato di celeste,
ma il cielo là in prigione non è cielo, è un qualche cosa che riveste
il giorno e il giorno dopo e un altro ancora sempre dello stesso niente.

E fuori c’è una strada all’infinito, lunga come la speranza,
e attorno c’è un villaggio sfilacciato, motel, chiese, case, aiuole,
paludi dove un tempo ormai lontano dominava il Seminole,
ma attorno alla prigione c’è un deserto dove spesso il vento danza.

Son tanti gli anni fatti e tanti in più che sono ancora da passare,
in giorni e giorni e giorni che fan mesi che fan anni ed anni amari;
a Silvia là in prigione cosa resta? Non le resta che guardare
l’America negli occhi, sorridendo coi suoi limpidi occhi chiari…

Già, l’America è grandiosa ed è potente, tutto e niente, il bene e il male,
città coi grattacieli e con gli slum e nostalgia di un grande ieri,
tecnologia avanzata e all’orizzonte l’orizzonte dei pionieri,
ma a volte l’orizzonte ha solamente una prigione federale.

L’America è una statua che ti accoglie e simboleggia, bianca e pura,
la libertà, e dall’ alto fiera abbraccia tutta quanta la nazione,
per Silvia questa statua simboleggia solamente la prigione
perché di questa piccola italiana ora l’America ha paura.

Paura del diverso e del contrario, di chi lotta per cambiare,
paura delle idee di gente libera, che soffre, sbaglia e spera.
Nazione di bigotti! Ora vi chiedo di lasciarla ritornare
Perché non è possibile rinchiudere le idee in una galera…

Il cielo dell’America son mille cieli sopra a un continente,
ma il cielo là rinchiusi non esiste, è solo un dubbio o un’intuizione;
mi chiedo se ci sono idee per cui valga restare là in prigione
e Silvia non ha ucciso mai nessuno e non ha mai rubato niente.

Mi chiedo cosa pensi alla mattina nel trovarsi il sole accanto
o come fa a scacciare fra quei muri la sua grande nostalgia
o quando un acquazzone all’improvviso spezza la monotonia,
mi chiedo cosa faccia adesso Silvia mentre io qui piano la canto…

Mi chiedo ma non riesco a immaginarlo: penso a questa donna forte
che ancora lotta e spera perché sa che adesso non sarà più sola.
La vedo con la sua maglietta addosso con su scritte le parole
“che sempre l’ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte”,
“che sempre l’ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte”,
“che sempre l’ignoranza fa paura… ed il silenzio è uguale a morte”…


Bentornata Silvia!

Meglio andare via di qua a cercarsi una città venerdì, Lug 21 2006 

La ragazza fisarmonica

Tua madre ti ha vestita di tante gelosie,
ti ha messo cose in testa, amare fantasie,
in te ha riversato le proprie delusioni.
“Gli uomini – ti ha detto – son tutti dei coglioni”.
Così tu sei cresciuta in quella diffidenza,
fra un uomo e l’altro – pensi – non c’è la differenza,
di ogni tenerezza la più completa assenza,
il vuoto del tuo cuore rasenta la demenza.

Oh mai, un sorriso, che so, una parola di più.
Oh mai, un’occhiata chissà, un po’ di complicità.
Come fisarmonica ti lasci stringere ogni volta ma
c’è un silenzio chiuso in te, più volgare, ecco com’è:
è più volgare di uno sputo.

Tua madre ti parlava lavandoti le spalle,
bambina tu ascoltavi le sue infinite balle.
“Tuo padre – ti diceva – è stato un magro affare:
a quarant’anni appena è un uomo da buttare”.
Tu gli volevi bene, intendo a lui, tuo padre,
e non capivi bene le frasi di tua madre,
eppure hai cominciato, e non ti riguardava,
a difendere per sempre l’orgoglio di una schiava.

Oh mai, mai un giorno che tu mi ringrazi
ma non lo sai fare un gesto che sia
spiritoso con me. Con te la domenica,
sei poco igienica, si muore, sai?
Meglio andare via di qua a cercarsi una città
e non restare in questa mia periferia.
Meglio andare via di qua a cercarsi una città
e non restare in questa mia periferia.

(Paolo Conte, 1974)

So benissimo a chi dedicare questa canzone: a Micky, che ha appena scoperto con meraviglia Paolo Conte.
Più che in altri brani, qui la voce di Conte ti scava dentro, profonda come un abisso, il baratro di sconforto di questa donna ferita che si accolla sulle spalle il dolore della madre, il dolore del padre. Un brano dalla tristezza struggente; un testo efficace, una musica diretta, quasi un capolavoro pittorico.
Incapacità di amare, di abbandonarsi alla passione, una castrazione psicologica: tutto colpa di un cinismo indotto da altri. C’è anche di che riflettere.

Nessuno sentirà chi si è perduto mercoledì, Giu 21 2006 

Per ogni cinquantennio

E poi c’è sempre uno che si apparta
si mette a scorreggiar tranquillamente
del resto per tre ore siamo a Sparta, c’e tanta gente…

Per ogni cinquantennio i «sempre in gamba»
si sprecano e i saluti e i battimani,
per soli uomini è organizzata questa parata

Ci sono certi nodi di cravatta
che dietro c’è la mano di una moglie
ma dietro ad ogni moglie c’è una amante senza mutande

Nel gruppo manca mai qualche avvocato
a lui tocca di fare il bel discorso
la faccia sua collerica si accende e ci confonde…

Ma come parla bene, e poi ci spiega
-di ferro è questa classe – battimani –
ma uno con la testa fra le mani lo guarda fisso, senza una piega

Ci sono proprio tutti o quasi tutti
ciascuno s’è pagata la sua quota
qualcuno invece è morto e infatti è assente… indifferente…

Sparito sembra poi da qualche viso
lo stesso proprietario – dov’è andato?
Ma poi di colpo, complice un sorriso, indietro torna dal paradiso

La facce rosse rosse, ormai si canta
a squarciagola senza intonazione
nessuno sentirà chi si è perduto in mezzo al brindisi gridando aiuto

Ma poi c’è sempre uno che si apparta
si mette a scorreggiare e tira avanti
del resto da tre ore siamo a Sparta, e siamo in tanti…

(Paolo Conte, 1975)

A chi dedicarlo questo pezzo? A me? Al mio amico Paolo con cui l’ho ascoltata e cantata millanta volte? All’audace Chià? Alla Gatta? Lo dedico a tutte quante queste persone.
C’è una terzina davvero imbattibile:
Ci sono certi nodi di cravatta
che dietro c’è la mano di una moglie
ma dietro ad ogni moglie c’è una amante senza mutande.

Questa canzone mi diverte tantissimo. A dispetto di un timbro vocale su registri di tristezza, di bruma piemontese e di provincialità padana, il quadretto di Conte mi piace e mi diverte. Quasi quasi direi che mi appartiene o addirittura che mi apparto…

Walk in the sun once more giovedì, Giu 8 2006 

Stormy weather

Don’t know why
There’s no sun up in the sky
Stormy weather
Since my man and I ain’t together
It’s raining all the time

Live is bare
gloom and mis’ry ev’rywhere
Stormy weather
Just can’t get my poor self together
It’s raining all the time,
The time…
So weary all the time

When he went away
The blues came in and met me
If he stays away
old rockin’ chair will get me.
All I do is pray
the lord above will let me
Walk in the sun once more

Can’t go on
Everything I have is gone
Stormy weather
since my man and I ain’t together
Keeps raining all the time
Keeps raining all the time

(Ted Koehler/Harold Arlen)

Generalmente i testi degli standard jazz non brillano per intensità e poesia. Forse questa considerazione vale anche per “Stormy Weather” (che potete ascoltare qui nella versione cantata da Billie Holiday, basta alzare il volume delle casse), ma a me piace molto. Triste, struggente, ma con uno spiraglio di speranza. Un augurio per me e anche per voi.


Giovanni telegrafista venerdì, Mag 26 2006 

Piripiripiri…Piripiripiri…

Giovanni telegrafista e nulla più,
stazioncina povera c’erano più alberi e uccelli che persone
ma aveva il cuore urgente anche senza nessuna promozione
battendo, battendo su un tasto solo.

Piripiri…

Ellittico da buon telegrafista,
tagliando fiori, preposizioni
per accorciar parole, per essere più breve
nella necessità, nella necessità.
Conobbe Alba, un Alba poco alba,
neppure mattiniera, anzi mulatta
che un giorno fuggi unico giorno in cui fu mattutina
per andare abitare città grande piena luci gioielli.

Piripiripiri…
storia viva e urgente.

Ah, inutili tanto alfabeto morse in mano
Giovanni telegrafista
cercare cercare Alba ogni luogo provvisto telegrafo.
Ah, quando l’invecchia cum est morosa urgenza
Giovanni telegrafista e nulla più… urgente.

Piripiri…

Per le sue mani passo mondo, mondo che lo rese urgente,
crittografico, rapido, cifrato,
passò prezzo caffè passò matrimonio Edoardo ottavo
oggi duca di Windsor,
passarono cavallette in Cina,
passò sensazione di una bomba volante,
passarono molte cose ma tra l’altro
passo notizia matrimonio Alba con altro.

Piripiri…

Giovanni telegrafista, quello dal cuore urgente,
non disse parola, solo due rondini nere
senza la minima intenzione simbolica
si fermarono sul singhiozzo telegrafico
Alba è urgente.

Piripiri…Piripiri…

(Enzo Jannacci, 1968)

Forse rischio di diventar patetico o monocorde, ma affermo perentoriamente che Jannacci è un genio. Ecco un altro ritratto con il quale contribuisce a quella sorta di Antologia di Spoon River della Milano dei bei tempi andati (oltre a questo Giovanni telegrafista, il celebre clochard che portava i “scarp del tenis”, Bobo Merenda, il soldato Nencini “semi-analfabeta e per giunta terrone”, il magnaccia che comprava i “calzett de seda”, quello che “andava a Rogoredo e cercava i so’ dané”, quello che “prendeva il treno per non essere da meno” e molti, molti altri). Un altro personaggio tragico. E nella tragedia sempre l’antidoto dell’ironia, un’amara ironia.
Una vita frustrante quella di Giovanni “telegrafista e nulla più”, una vita passata a “tagliare fiori, preposizioni”. L’amore è un lampo che gli illumina lo sguardo, un segreto inconfessato. E il fallimento amoroso finisce in un “singhiozzo telegrafico”, “crittografico, rapido, cifrato”: “Alba è urgente”.

Non piangere coglione, ridi e vai! mercoledì, Mag 17 2006 

Le regole sono fatte per essere infrante, è cosa risaputa. Questo vale a maggior ragione per le regole che ci diamo da noi stessi.

Mi ero ripromesso di evitare post che riguardassero la mia vita privata, più che per riservatezza perché li considero poco interessanti per il lettore casuale del mio blog. Devo però dire che a questa tipologia di frequentatore del mio spazio si sono ormai aggiunti dei veri e propri amici ai quali sono sicuro interessi ciò che sto per scrivere.

Ho passato un week-end divertentissimo con amici vecchi e altri nuovi. Ho riso, cantato, bevuto e suonato. Ho vissuto. Dopo un medioevo dell’anima durato parecchi mesi, mi sembra di essermi riappropriato di me stesso. E lo scrivo qui soprattutto per rendere grazie a chi mi è stato vicino in questo fine settimana. Forse non se n’è neppure accorto, ma in me è stato operato un miracolo, o quasi.

La latitanza di questi ultimi giorni è invece dovuta a questioni di lavoro. Temo che il mio principale si sia accorto della mia ‘rinascita’, dal momento che mi si stanno caricando sulle spalle diverse nuove incombenze. Non vedo l’ora di tornare a curare questo mio spazietto con l’amore e la dedizione consueti.

Un ultimo ringraziamento va a Paolo Conte e a una delle sue strofe che più mi sono rimbalzate nella testa in questo periodo:

Perchè la faccia che avevi
una volta è rimasta stampata qui
nei tuoi modi di fare, nel tuo
palpitare e distinguerti,
nella vecchia passione,
nella tentazione di essere,
non piangere, coglione, ridi e vai…

Culodritto mercoledì, Mag 10 2006 

Ma come vorrei avere i tuoi occhi,
spalancati sul mondo come carte assorbenti
e le tue risate pulite e piene,
quasi senza rimorsi o pentimenti,
ma come vorrei avere da guardare
ancora tutto come i libri da sfogliare
e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare

Culodritto, che vai via sicura,
trasformando dal vivo cromosomi corsari,
di longobardi, di celti e romani
dell’antica pianura, di montanari,
Reginetta dei telecomandi,
di gnosi assolute che asserisci e domandi,
di sospetto e di fede nel mondo curioso dei grandi,

anche se non avrai
le mie risse terrose di campi, cortili e di strade,
e non saprai che sapore ha
il sapore dell’uva rubato a un filare,
presto ti accorgerai
com’è facile farsi un’inutile software di scienza
e vedrai che confuso problema è
adoprare la propria esperienza;
Culodritto, cosa vuoi che ti dica?
Solo che costa sempre fatica
e il vivere è sempre quello, ma è storia antica.

Culodritto, dammi ancora la mano,
anche se quello di stringerla è solo un pretesto
per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato, o mi ha mai chiesto;
vola, vola tu, dove io vorrei volare
verso un mondo dove ancora tutto è da fare
e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare.

(Francesco Guccini, 1987)

Se mai dovessi diventare padre vorrei anch’io una figlia con occhi come carta assorbente. Vorrei essere capace anch’io, da padre, di farle un discorso del genere. Una parte di sé cui affidare i sogni miei ormai un po’ impolverati. La generazione, diceva Aristotele, è l’unica occasione che rende l’uomo immortale. E questa è una gran bella visione dell’immortalità, perché “il vivere è sempre quello, ma è storia antica”.


Comme puozzo raggiunà? venerdì, Mag 5 2006 

Naufragio a Milano

Integrazione, parola amara
collacamento… miezz’o’ciemento,
orario fisso e frastuono dint’a capa
Chist’è o’paese e’rraggiuniere
uommene, fimmene, creature
tutti raggiunano a tutte quante l’ore

lo comme puozzo raggiunà
e comme puozzo raggiunà,
si raggiuno l’uocchie chiagne fora milleciento lagreme
i m’aggi’a scurdà o’sole, i m’aggi’a scurdà ‘o mare e l’acque chiare
i m’aggi’a scurdà l’erba e a’voce antica d’o’silenzio
miezz’o’vico e a’caccavella e ‘o putipù – E come puozzo raggiunà.

Ah, stu naufragio dint’a Melano senza na varca e pure senza ‘o mare
e tu me dici «stasera usciamo» e dove?
Vie scanisciute e figure ignote, lampade al neon – Carmela cara,
torniamo a cuccia, oiné, ca nun è cosa –

E zitti senza raggiunà, e commo puozzo raggiunà,
si raggiuono l’uocchie chiagne fora milleciento lagreme,
nun ce resta che l’ammore, nu disperato, antico, eterno ammore,
se smorza a’luce a’branda cigolando int’a nuttata fridda
tutti i mali nosti fa passà… – E comme puozzo raggiunà …


E stu naufragio dint’a Melano
se chiamma un nome: Immigrazione,
immigrazione signiffica terrone –
E poi terrone vuol dire fame
vuol dire suonno vuol dire figli
vuol dire paese volato via vuole dire nustalgia

Eh, comme puozzo raggionà, e comme puozzo raggiunà…

(Paolo Conte, 1975)

Paolo Conte è uno di quegli artisti incredibili che non capisci mai dove finisce lo scherzo e comincia la morale. E’ un cantautore certo divertitissimo questo Paolo Conte che si lancia in un approssimativo e sconquassato napoletano, ma è un cantore dell’immigrazione profondo e poetico.

Mi piacerebbe dedicare questa canzone a tutti gli amici e i conoscenti stranieri (africani, sudamericani, e dell’est europeo principalmente), nuovo fornte della migrazione, con i quali ho condiviso e condivido momenti di studio e di divertimento. Solo raramente mi sono fermato a pensare a quanta nostalgia si nasconda nel loro sguardo. Dovrei farlo più spesso.

La canzone coglie tutto il disagio di una coppia partenopea rinchiusa nel cemento meneghino, due amanti sinceri e veraci naufragati a Milano “senza varca e pure senza ‘o mare”. La tremenda nostalgia di casa ti schiaccia. Come posso pensare? Se mi metto a pensare piango mille e cento lacrime. Non ci resta che l’amore, un disperato, antico, eterno amore.


Ti te sée no giovedì, Apr 27 2006 

Ti te sée no perché ti vett minga in gir
che per faa la spesa per mi;
perché ghe voeur mess’ura, e a ‘rivà
giò in piazza del Domm i ghe veuren dü tramm…
ma mi, quand’ìnn vott ur, torni a cà de bottega;
nascondi la cartèla cunt denter li mèe strasc,
me ‘lasci la giacchetta come te me dì ti,
camini per Milann: me par de vèss un sciur!

Ti te sée no: i gh’è tanti otomobil
de tucc i culùr, de tucc i grandess
l’è pien de lüs, che el par d’ess a Natal,
e sura, il ciel pien de bigliett de milla…
Che bel ch’el ga de véss
véss sciuri, cunt la radio
noeuva e, indell’armadio,
la torta per i fieu
che vegn’in cà de scola…
e tocca dargli i vizi:
“Per ti, un’altra vestina!
A ti, te cumpri i scarp!”

Ti te sée no, ma quest chi l’è on parlà de stüpid:
l’è bon dumaa de t’rà ciucch!
Ti te sée no, ma quand mi te caressi
la tua bèla faccetta inscì nètta, me par
me par de vèss un sciur;
un sciur ch’el gh’ha la radio
noeuva e, indell’armadio,
la turta per i fieu
che vegn’in cà de scola…
e tocca dargli i vizi:
“Per ti, un’altra vestina! A ti, te cumpri i scarp!”

(Enzo Jannacci, 1964)

Tu non lo sai perché non esci
che per far la spesa per me;
perché ci vuole mezz’ora; e arrivare
giù in Piazza del Duomo ci voglion due tram…
ma io, quando arrivano le otto, torno a casa dal lavoro;
nascondo la borsa con dentro i miei stracci,
mi allaccio la giacchetta come mi hai detto tu,
cammino per Milano, mi sembra d’essere un signore!

Tu non lo sai: ci sono tante automobili
di tutti i colori, di tutte le dimensioni;
è così pieno di luci che sembra d’essere a Natale,
e sopra, il cielo pieno di biglietti da mille…
Che bello dev’essere
essere signori, con la radio
nuova e, nell’armadio,
la torta per i bambini,
che vengono a casa da scuola…
e bisogna viziarli:
“Per te un altro vestito!
A te compro le scarpe!”.

Tu non lo sai, ma questo è un discorso da stupidi
è buono solo per ubriacarsi!
Tu non lo sai, ma quando io accarezzo
la tua bella faccina così pulita, mi sembra
mi sembra di essere un signore;
un signore che ha la radio
nuova e, nell’armadio,
la torta per i bambini,
che vengono a casa da scuola…
e bisogna viziarli:
“Per te un altro vestito!
A te compro le scarpe”.

Una delle canzoni d’amore più strane e più indovinate che conosca. L’amore quello puro, quello che travalica gli interessi economici, l’amore che sa ridisegnare una scala dei valori a misura d’uomo. Sentirsi un signore carezzando il volto pulito dell’amata.
Il tutto giocato in una Milano operaia, tanto lontana dalla Milano da bere degli anni Ottanta e dalla capitale della moda (?) dei nostri giorni, ma molto più interessante, dignitosa e verace. Un pezzo di storia.

Marabel giovedì, Apr 20 2006 

Cade il sole a piedi nudi sulla strada del coraggio
dietro il mare ha gli occhi d’oro e di corallo
e Rachele ha il ventre scuro e il mistero dilatato
nasce un figlio con il naso insanguinato
e io ho visto quasi tutto anche quello che non c’è
ma ogni lacrima è una storia
ogni lacrima è una storia
Marabel.

Il sudore e la paura fanno scure le monete
che Isacco sta stringendo tra le dita
spezza rami nella notte e la luna è sull’altare
ha la gola sotto l’ascia di suo padre
quasi tutto ha una ragione e la ragione è quel che è
ma ogni lacrima è una storia
ogni lacrima è una storia
Marabel.

Dio ha una crepa in mezzo agli occhi e l’orgoglio sulle stelle
manda un angelo vestito da teppista
e il profilo della notte vede un santo e un bambino
che discendono dal monte derubati
nella notte il pianto e il vino hanno un gusto che non c’è
mentre scende lungo il fiume
mentre cade lungo il fiume
Marabel.

Gabriele è un cigno nero oppio e muco sull’asfalto
e violenta una bambina al primo bacio
sale al cielo senza occhi come il fiume scende al mare
e ora dorme nudo accanto al suo Signore
se verrai da queste parti porta gli occhi insieme a te
puoi vedere nel tramonto
puoi toccare nel tramonto
Marabel.

(Massimo Bubola, 1979)

Forse non è nemmeno la sua canzone più bella. Ma il coinvolgente riff di chitarre fa da sfondo a versi molto ispirati. E’ un’occasione per me per richiamare l’attenzione su un cantautore che forse non ha mai ottenuto il successo che meritava. Oltre ad essere amico fidato e valente collaboratore artistico di Fabrizio De André, Bubola ha pubblicato almeno una decina di dischi come solista.
Ottimo musicista, poeta semplice e profondo. Chi l’ha visto esibirsi dal vivo, com’è capitato a me, sa che è capace di raccontarsi come pochi sono in grado di fare. Schivo e umile, legato alla sue origini venete, la sua stessa musica non è estranea a contaminazioni provenienti dal folklore della sua terra. Io vi consiglio di ascoltare qualcosa se già non lo conoscete.

La domenica delle salme mercoledì, Apr 12 2006 

[…]

La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade
la domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del ”tua culpa”
affollarono i parrucchieri

[…]

il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
– voglio vivere in una città
dove all’ora dell’aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo –

[…]

La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
– quant’è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare –

Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz’oretta
poi ci mandarono a cagare
– voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avete voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo –

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano i segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta.

(Fabrizio De André, 1990)

A onor del vero è stato un amico ad attirare la mia attenzione su questa enigmatica canzone di De André che non avevo ricollegato alle vicende del recentissimo weekend elettorale. E’ un pezzo di difficile esegesi, per questo mi sono anche permesso di riportarlo solo in parte.
Mi sembra in ogni caso che il “cadavere di Utopia”, scortato da un corteo di flauti possa dare un’immagine poetica e molto veritiera di ciò che sta succedendo in questi giorni nel nostro Paese. Quello che proprio non riesco ad avvertire è il “coro di vibrante protesta”.

Pagina successiva »