I figli dei tigli lunedì, Mag 22 2006 

Come ogni anno, immancabile, ecco il profumo dei tigli in fiore. Odore dolciastro, invadente e volgare. Un odore che sempre mi riporta all’infanzia. Più di qualsiasi altra sensazione gli odori e i profumi hanno il potere di rievocare i ricordi e di renderceli quasi presenti.
E così va per l’odore del tiglio. Mi rivedo, bambino grassoccello in calzoncini e maglietta, le ginocchia variamente sbucciate, correre e giocare a perdifiato. La spensieratezza e l’incoscienza. Un’età in cui è ancora tutto da fare e da inventare. Vertigine delle infinite possibilità.
E le amicizie, quelle dei bambini, che non erano mai vere fino in fondo.
Le dita rese appiccicose dal ghiacciolo che si scioglieva al sole dei primi di giugno che talvolta poteva anche essere rovente. E poi nere e sporche perché sempre indaffarate con un pallone di cuoio mezzo scucito con cui giocavamo su un campo in terra battuta, il nostro piccolo deserto delle tempeste di sabbia quando si alzava il vento.
E scorrazzare con biciclette più o meno recuperate, i più fortunati sfoggiavano le mitiche e mai più riviste Saltafoss (!), che ti cadeva la catena almeno due volte al giorno.
Com’erano lontani i tempi dell’adolescenza, dell’amore, della contestazione, della voglia di essere contro. Com’eravamo ingenui nelle nostre espressioni da scugnizzi imbranati.
Tremendo. Non ho neanche trent’anni, ma sento certe botte di nostalgia!

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Perdonare o dimenticare, questo è il problema mercoledì, Mag 3 2006 

Potevo aver dai dodici ai quattordici anni, ora non ricordo. E mi trovavo in piscina, anzi no: in un parco acquatico, una di quelle strutture con gli scivoli.

Dovevo essere un ragazzino un po’ strano già allora, perché mentre ero in coda per scendere da uno di questi vertiginosi scivoli mi soffermai con lo sguardo sulla spalla di un signore abbronzato e già un po’ in là con gli anni: tatuato in blu e con una grafia non molto elegante la seguente frase:

“Oublier peut-etre, pardonner jamais”

oppure:

“Pardonner peut-etre, oublier jamais”

Qui casca l’asino (e l’asino in questione, naturallement, sono io), perché da allora non sono riuscito a ricordare quale delle due versioni fosse quella giusta. Il che però ebbe l’effetto di mantenere sempre accesa la mia curiosità sul valore dell’une e dell’altra.

Al tempo pensai che quella massima istoriata sul muscoloso uomo da parco acquatico significasse qualcosa di importante riguardo alla sua vita, testimone epidermico di un pugnale ben più profondo. Forse d’amore.
Ho continuato fino ad ora, in modo subliminale, a considerare la faccenda. Perdonare forse, ma dimenticare mai, oppure: dimenticare forse, ma perdonare mai. Ho tentato di applicarla di volta in volta a qualche offesa da me ricevuta. La conclusione peraltro è sempre stata piuttosto scontata perché ho una memoria molto labile, il che mi permette di non serbare quasi mai rancori profondi verso chicchesia.
Poi, potenza di internet nel colmare la mia vastissima ignoranza, stamane ho scoperto che “Oublier peut etre, pardonnez jamais” era il motto dell’OAS, acronimo di Organisation de l’Armée Secrète, un’organizzazione clandestina francese, creata il 20 gennaio 1961 dopo un incontro a Madrid, al riparo del regime franchista, da Jean-Jacques Susini e Pierre Lagaillarde. Il gruppo raccoglieva i fautori del mantenimento della presenza coloniale francese in Algeria e i veterani della guerra perduta in Indocina nel 1954. Un gruppo terrorista paramilitare insomma, e con velleità imperialiste per giunta… Però!
E io che pensavo che quello sulla spalla del signore muscoloso fosse il ricordo di una ferita del cuore! Che delusione! Beata ingenuità!


Ò, non s’impara mai gnénte, vè! venerdì, Apr 21 2006 

Fumare alora si fuma i vizadri secchi, certi canoni, ma tanto non si respiravano, e quando tiravi facevano delle fiamate di mezzo palmo, oltre al sapore che t’arivava in bocca che sembrava ti fumassi il comò della tua stànzia. Roba forte, mica tutti eran bòni. Più gentile e delicato il fumare nelle pippe, cosa che si prestava agli esperimenti, foglie di rosa, di figo, di castaggno, di vite, ormai s’era intenditori; si provò anche quelle foglie secche di quella canapa che i nonni tenevano nella cavanna, lì perché non si sa mai, tanto i telai non li aveva più nessuno. Non eran cative, quelle foglie. E di lì a venire, quando mi capitò in bocca quella tal sigaretta che sembrava di fumare l’ira di dio, mi dissi: “Ma sto sapore qui l’ho già sentito” e chi l’avrebbe detto che eran le stesse foglie fumate nelle pippe di tera grèca (o granturco perché si fecero anche con quello) di quei giorni lontani nel lontano fiumme. Ò, non s’impara mai gnénte, vè.

(Francesco Guccini, Cróniche epifàniche)

Questa notte ho tolto dallo scaffale della mia libreria questo curioso volume di Francesco Guccini, edito dalla Feltrinelli nel 2002, e che lessi qualche anno fa. L’idea mia era quella di presentarlo sotto la categoria degli “scampoli di lettura”.
Poi stamane mi sono imbattuto del tutto casualmente con il brano che ho riportato. Mi sono tornate alla memoria sensazioni, visi, emozioni legati alle primissime esperienze da fumatore e ho pensato di trattare la faccenda nella sezione “amarcord”.
D’altra parte, benché assai più più giovane del cantautore emiliano, appartengo a una generazione che ha amato le “barbe” del granturco e con quelle si son fabbricate le prime rudimentali sigarette, tremende di sapore e portentose nel graffiare la gola. E le si fumava di nascosto, naturalmente, al limitare dei campi. Pregi e delizie di un’infanzia trascorsa nella provincia ancora ricca di campagna.
Eran luoghi e situazioni di confronto acceso e di socializzazione. Le prime utopie, i primi innamoramenti. Le prime sgangherate insorgenze dell’astio nei riguardi di tutto ciò che è costituito: clero, stato, famiglia. Le prime ubriacature collettive consumate sempre nei medesimi luoghi. Non c’era un “fiumme” nella mia adolescenza, ma campi di granturco sì e una fretta smaniosa di crescere e di contare.
E anche un’ingenuità che rendeva tutto magico e che, in fondo, non mi ha mai abbandonato. Neppure ora che la “barba” del granturco non la fumo più.

Nota: il caro Guccini, in appendice al suo libro, pubblica una sorta di glossario, molto utile per decifrare questo curioso dialetto dell’Appennino Tosco-Emiliano. Vi riporto, per completezza, la voce “vizadro”:

vizadro: Clematis Vitalba. Non è l’Erba Pantagruelion, ma per i suoi molteplici usi ci si avvicina: si arampica e ricopre con liane festose, anche se è da dire che non reggono un gran ché se uno vuol farci Tarzan. Le stesse liane, secche, troncate, possono essere fumate a mò di sigaro (senza respirare, sia chiaro), e i germogli giovani, previa bollitura, si usano in primaverili frittate.

(Francesco Guccini, Cróniche epifàniche)

Sventolando in aria lo scopino del water venerdì, Apr 7 2006 

Avevo da tempo in mente di aprire una categoria sui ricordi dell’infanzia. Ieri un’amica mi ha inviato una simpatica mail, di quelle che di solito innescano le mostruose catene (che qualcuno, ne ignoro la ragione, tende ad attribuire a tale Sant’Antonio).
Per una strana combinazione ho provato a leggerla e mi sono divertito molto. Si tratta di una raccoltà di verbali di note disciplinari scolastiche, autentiche o meno qui non importa. Alcune di queste irriverenze le ho commesse (e in certi casi si trattava di azioni davvero ignobili), altre le ho subite. Altre ancora le ho viste fare negli anni in cui, passato dall’altra parte della barricata, sono stato educatore di un gruppo di adolescenti.
Ve le lascio perché possiate anche voi sorridere, ricordare e magari guardare a quegli anni con un velo di nostalgia, com’è capitato a me.

L’alunno L. P. durante l’ora di educazione fisica insegue le compagne di classe sventolando in aria lo scopino del water.

L’alunno L. P. durante la lezione di educazione fisica usa la pertica come simbolo fallico.

Si espelle dall’aula l’alunna M. I. perchè ha ossessivamente offeso la compagna Sabatini Domenica chiamandola weekend.

L’alunna B. R. fa sfoggio della sua biancheria intima lanciandola sul registro del professore.

La classe nonostante i continui richiami del professore continua imperterrita a emanare flatulenze senza che i colpevoli si dichiarino e l’aria ormai è resa irrespirabile da tali esalazioni. Si prega di fare nota ai genitori di tale maleducazione.

Gli alunni M. e P. incendiano volontariamente le porte dei bagni femminili per costringere le ragazze ad utilizzare il bagno maschile.

L’alunno è entrato in aula, dopo essere stato per 20 minuti al bagno, aprendo la porta con un calcio; ha fatto una capriola e ha puntato un’immaginaria pistola verso l’insegnate dicendo: “ti dichiaro in arresto nonnina!”.

L’alunno giustifica l’assenza del giorno precedente scrivendo: credevo fosse domenica.

T., L. e B. chiudono in bagno una loro compagna perché ritenuta da loro “un cesso”.

Gli alunni B. e C. durante l’ora di italiano compiono irrispettosi esperimenti di balistica usando proiettili di carta e saliva (stoppini) contro il ritratto dell’Onorevole Presidente della Repubblica Ciampi. Si giustificano dicendo di necessitare di un bersaglio.

L’alunno M. B. sprovvisto di fazzoletti si sente autorizzato a strappare una pagina della Divina Commedia per soffiarsi il naso.

P. non svolge i compiti e alla domanda “Per quale motivo non li hai fatti?” risponde “Io ci ho una vita da vivere”.

Gli alunni B. e N. simulano un omicidio in classe, il primo si è steso a terra, il secondo disegna la sagoma.

L’alunno M. ha fatto l’ennesima scena muta dicendo che risponderà solo in presenza del suo avvocato.

Si segnala mancanza del Crocifisso, occultato dalla classe. Al suo posto cartello recante le parole “torno subito”.

Gli alunni P. e A. alle ore 10 e 25 escono dall’armadio.