Mi si è assegnato un compito al corso di teatro: comporre e recitare un breve monologo sul tema “Se fossi nato…”. Mi piacerebbe che foste voi i primi a leggerlo e perciò lo pubblico qui, consapevole del fatto che vi state perdendo tutta la mia finezza dicitoria (?), ma tant’è. Attendo fremente qualche commento.




Se fossi nato a maggio, nel mese della rosa e degli amori, oppure in un settembre profumato di uva matura e di grano, di tramonti rosati all’orizzonte, sarei nato sazio. Senza appetiti. Senza sogni. Tutto intento a conservare un’opulenza scontata, gratuita. Geloso, persino superbo. Confinato nella prigione di un desiderio già appagato.
Ma sono nato sotto il cielo dello Scorpione, un cielo bigio e ambiguo nella sua desolazione, con l’umido dei boschi in cui marciscono le foglie e il richiamo inquietante della cornacchia a invadere i campi secchi. Sono nato quando il contadino ritira le vacche nelle stalle, quando la terra che ha dato i suoi frutti dorati viene lasciata a riposare, abbandonata a se stessa e allo strazio del suo ventre violato. Sono nato con una bramosia di primavera, con lo slancio e la protervia di chi non ha ancora, ma sa che l’otterrà. La primavera.

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