Si narra che tanti anni fa girasse le nostre terre un fraticello predicatore, uomo semplice in mezzo ai semplici, che masticava poco di latino, e tanto del parlato tipico dei contadini. Questo frate, siccome era bassissimo di statura, soleva fare le sue omelie, per farsi ascoltare meglio anche dai fedeli più lontani, in piedi su una botte. Avvenne un giorno che, nel pieno fervore della predica, forse per l’eccessivo agitarsi del fraticello – che, per dirla tutta, era basso ma non magro -, il fondo della botte cedette, facendo precipitare di schianto il fraticello all’interno. Riavutosi in tutta fretta dal colpo, senza nemmeno troppo scomporsi, il buon fraticello volle terminare senz’altro la sua predica, e fu così che, per riportare l’attenzione degli astanti sul tema che aveva dapprima cominciato, pronunciò la celebre frase: «Et lo rimanente ve lo dìo dal mànfano» (e il resto ve lo dico dal mànfano).

[Mànfano è un termine che in toscano significa il buco della botte, ma che si presta anche ad accezioni ben più licenziose.]


Render con le parole la magia di una vendemmia non è affare da poco. I visi imperlati di sudore che s’affannano tra i filari hanno già il sapore del vino, sono veicoli delle tradizioni contadine e del passato ben più remoto del vino come chiave della classicità. Nella vigna impervia ballonzola di quando in quando il satiro.
Si colgon grappoli, pigne nel simpatico idioma locale, come si stesse poppando. Ci si mette la voluttà del vorace. Ci si mette la passione del desiderio, già in qualche modo pregni di quell’ebrezza che è ancora di là da venire.
E si riempon bigonce che paion titaniche cornucopie e che si caricano sulle spalle a significare il peso del desiderio, la fatica del lavoro, la durezza arcana della terra.
Di quando in quando si assaggia un acino, ci si addentra nel mistero del suo zucchero, nella fragranza dei suoi ricordi di siccità e tempeste, di pomeriggi assolati, di pioggerelline primaverili. Si compie un viaggio nel tempo e si attenua l’arsura della fatica.
Finita la raccolta ci si mette a tavola con le gole tese per il vino dell’annata passata e ci si ubriaca volentieri. Lazzi, grida, risa anche sguaiate. Qualcuno tenta di cadere da una sedia. Un altro, il più ubriaco, se ne torna a casa in sella a Jessica, una bicicletta da corsa Bianchi.
Un tripudio di ebrezza, di spensieratezza, il riposo del giusto. Fino all’indomani, quando si procede allo strizzo.
E qui si tuffan le mani nel mosto, che ha un odore terrificante di zucchero, di macerazione, di natura denudata. E te ne finisce dappertutto, manco ci avessi fatto il bagno. E si dura fatica ad azionare il torchio. Mica son cose da tutti. Ma alla fine ci si fa in mattinata. Il lavoro è terminato.
E la cordiale ospitalità degli amici, la loro cantina che s’apre a farti scoprire gioielli color rubino, sangiovesi intagliati meglio che se fossero diamanti. Grazie.

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