Dancer in the dark
(Lars Von Trier, 2000)

E’ quasi incredibile come il film possa mantenere un solido equilibrio tra il musical e il drammatico. La mente di Selma partorisce bellissime coreografie ambientate nella più anonima realtà operaia, la musica illumina la vita durissima di questa emigrante. La perdita della vista corrisponde in lei ad una sempre più accesa mistificazione della realtà. La tristezza del reale la conduce, in qualche modo, ad orientare il suo sguardo, ormai spento, verso quella zona di penombra che separa il reale e dall’ideale.

Così la vista di Selma, che non è più una visione somatica, esteriore, ma puramente interiore, si concentra completamente sulla guarigione del figlio. Non vede altro. E quando la prepotenza di un uomo tenta di ostacolarla in questa intrapresa ecco l’orrore, l’omicidio, la violenza. Cruda, spietata.

Ma la violenza, la cui crudeltà è sottolineata da efficacissimi artifici fotografici, si scioglie in canto, che è un canto di amore e abnegazione, quando Selma sta per essere giustiziata. Il canto di un’anima libera.

«You don’t need eyes to see». Basta l’anima, il cuore, il sacrificio di una madre a dare senso alla realtà. E quando questa realtà fa proprio male, allora la musica interviene con il suo portato consolatorio e liberatorio.

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