Capitolo di Cuccagna
Doue s’intendono le marauigliose
cose che si fanno in quel paese,
doue che chi piu dorme
piu guadagna.
Et à chi parla di lauorare, li son
rotte le braccia

Son stato nel paese di Cuccagna:
o quante belle vsanze son fra loro!
quello che più ci dorme più guadagna.

Io ci dormì sei mesi, o sette foro,
solo per arrichire in quel paese:
pensate io guadagnai vn gran tesoro!

Per arriuarci stei per strada vn mese,
con meco mi portai sei chiauarini,
e per la via mi feci buone spese.

O quanta bella grascia, e buoni vini,
starne, fagiani, e carne di porcelli,
grechi, vernaccia, maluasia, e latini!

Si batton con le pertiche gli vccelli,
e poi si danno alli porci a mangiare,
e le Civette cacano i mantelli.

Il grano non bisogna macinare,
grosso è lo vaco più che nullo monte,
con zappa la farina puoi cauare.

Non c’è né duca, né signor, né conte,
ognun ci viue alla sua libertade:
o che bello paese, o bella fonte!

Ci son le spine ch’ànno dignitade,
che di mele son cariche, e di manna,
di rasandole, e confetti inzuccarate.

In quel paese ci troui la canna,
che d’vn cannello vna botte puoi fare,
si che ’l cocchiume puoi far da vna banda.

Non ha’ bisogno l’ vva di pestare.
El uaso è grande, e ne vien chiaro ’l vino:
metti pur, la cannella lassa stare.

Ci si troua tal volta tal lupino
ch’è grosso come pietra di montano,
e c’è gran copia di pepe, e cimino.

Sempre v’è tempo gratioso e sano
non ci vedi altro se non festeggiare;
non si pagan le biade, né arco il grano.

Là non ci parlar mai di lauorare,
che subito ti mettono in prigione,
e vn anno dentro ti ci fanno stare.

Sapete di che sono le prigione?
di cacio parmigiano son le mura,
e le feriate sono di cialdoni.

Vedete come son da poche le persone.
che di quel luogo non sanno scappare,
e lì in prigion si lassano morire.

Non ha bisogno ’l lino di filare:
bell’e filato nasce in quel paese,
altra faticha non bisogna fare.

Troui per strada senza farci spese
tante camicie, lenzuola, e touaglie,
cento braccia di panno allo tornese.

Ci son tante Pernici, e tante Quaglie,
che dalla casa non le puoi cacciare:
se stai a mangiare a tauola t’assaglie.

Le case belle vi voglio contare:
di cacio pecorino son le mura,
e di ricotta le fanno imbiancare.

Ad ogni casa ci è la tempiatura
di salciccie, prosciutti, e di ventresche:
se tu ci vai, fa che vi ponghi cura.

Li fondamenti fonti d’acque fresche:
ohime, chi si volesse mai partire?
belle ci son ceragie romanesche.

Le donne belle io vi voglio ancho dire;
io le vedeuo con tanto splendore,
per forza mi faceuan risentire.

Sono belle, e piaceuoli all’amore;
ognuno l’ha alla sua libertade,
e ognun contentan per non dar dolore.

O quanti belli letti incortinati,
coperte di velluti cremesini.
che mai si vidde si gran dignitade!

O quanti belli scudi trapolini!
ognun ne porta piena la scarsella,
e se n’ha vn rubbio per tre bolognini.

Ma voglio che sapiate vna novella,
che chi li vuol leuar dallo paese,
per ognun paga dieci di gabella.

Ma quella gente nobile e cortese,
sempre ti danno ciò che li dimande;
non sanno dir di no in quel paese.

Fra l’altre cose ci son due montagne,
e tutte due di solfo, e di pece:
per gire in cima ci vuole sett’anni.

E nella cima c’è vn piè di cece
che pare che nel ciel voglia toccare:
ben habbia quello mondo, e chi lo fece

Le oliue belle vi voglio contare,
che grosse sono come vn melone:
l’oglio se n’esce senza macinare.

Lo piede non si zappa, nè si pone;
altra fatica far non ci voleua:
menano i fruti suoi d’ogni stagione.

Pere, persiche, e noce io ci vedeua:
erano grosse fuor d’ogni misura,
che più di sei vn tnul non ne poteua.

Viddi vna vacca pascere a pastura,
c’hauea fatto quattordici vitelli;
l’herba c’è longa fino alla cintura.

Per quelli piani tanti li porcelli
grassi, e sfoggiati a chiunche ne voleua:
hor andiamoci tutti, o pouerelli!

Tante cocozze, e niun le poteua,
erano lunghe, grosse e smisurate:
viddi vno che ne fece vna galea!

Tanti poponi, e tante le melate,
che d’una fetta ne puoi fare vn ponte
d’ogni gran fiume, voglio che sapiate.

Ognuno in quel paese pare vn conte;
vanno vestiti d’vna foggia nuoua
de l’arte liberale di Caronte.

Più bel paese di questo non si troua,
e così degno, nobile, e perfetto:
le Bufale d’April ci couan l’uoua.

C’è tanto musco là, e tanto zibetto,
reobarbar, zenzeuero, e cannella,
chi ci va vecchio torna giouinetto.

Chi voi caualli odi questa nouella:
per tre quattrini te lo puoi pigliare
con briglia, con li sproni, e con la sella.

Tanta è la grascia io non potria contare,
che a dirlo non mi par la veritade,
altro non vedi il dì se non ballare.

Vn piede di lattuga ci ho trouate.
e sotto ci ho veduto gran pazzia,
tremila pecore starui amoriate.

Vn piè di cauol, che niun huom uria
che con l’accetta tagliar lo potesse!
tal arbor mai non viddi in fede mia.

C’è tanto pesce che, chi lo sapesse,
a pescar spesso ogn’huomo c’anderia,
non saria giusto che a pescar volesse.

Là tu metti la rete in vna via,
il pesce va a pascere a vna montagna,
là te ne puoi varcare a voglia ria.

Vi ho visto tal piede di castagna,
che fa dugento miglia di meriana;
li porci non la voglion: o chi la magna?

Ci son pecore ch’àn longa la lana,
che pare che sian code di cauallo,
e sotto terra lor si fan la tana.

Andando a spasso vn dì trouai vn gallo,
non lo potei vccider sì era grosso
e li dei sette colpi con vn maglio.

Al fin mi si cacciò e misse addosso,
con l’ogne, e con li pizzichi mi stracciò,
e mi fece cascar in vn gran fosso.

Cadendo vna ranocchia mi pigliò,
e intero m’inghiotti in vn boccone,
e in manco di mezz’hora mi cacò.

E così mi venne in mano un bastone,
e fuore di quel fosso me n’vsciua,
e persi la berretta col giubbone.

Per quelli piani correr si vedeua
tante lumache, e tante tartaruche,
che mille can giogner non le poteua.

Ci son li ricci che han longhe le puche,
che ci si fanno l’haste alle corsesche:
se c’arriuo, volete ve n’aduche ?

Ci sono di Gennar le frutte fresche,
belle, e mature, e han la camicia rotta,
le pere moscatelle, e gentilesche.

Andando a spasso ci trouai vna grotta:
io per vederla dentro volsi gire,
appresso sento: serra, volta, volta!

Per la paura io mi messi a fuggire,
che mai mi riuoltai a capo drieto,
in sette settimane non potei vscire.

Così creder lo puoi se sei discreto,
che senza veritade è gran bugia:
per ridere l’ha fatto lo Poeto.
E per spassar la mala fantasia.

Cari fratelli, mi voglio partire,
Volete qualche cosa comandare?
Se qualchuno in Cuccagna vuol venire,
Con le bagaglie si debba acconciare.
Ma non ci venga chi non può dormire,
Che ti so dir che morirà di fame!

E questo si costuma in la Cuccagna:
Quello che più ci dorme, più guadagna.

Così vi dico, cari miei fratelli,
Là le Ciuette cacano i mantelli.

(Il Capitolo di Cuccagna – di autore trecentesco anonimo – è stato stampato in Siena nel 1581 forse alla Loggia del Papa dal codice “Miscellanea alessandrina XIII. a. 58”, composto da 4 carte senza numerazione né richiami)

No, non ho deciso di farmi pigliar per il naso da un “Poeto” del Trecento. Il fatto è che questo testo mi piace assai e lo ritengo forse il mio miglior auspicio per le vacanze che si avvicinano. Già perché “quello che più dorme, più guadagna” e chi si azzarda a lavorare finisce in galera. Per non parlare, poi, delle donne “belle, e piaceuoli all’amore”.
Manca solo un piccolo dettaglio: ora vado all’agenzia di viaggi e vedo quanto mi può costare un soggiorno nel paese di Cuccagna. Spero ci sia ancora un posto.
Non credo che vi manderò una cartolina. Ma quando pensate a me e vi chiedete come sto ricordatevi di questa poesia.

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