La ragazza fisarmonica

Tua madre ti ha vestita di tante gelosie,
ti ha messo cose in testa, amare fantasie,
in te ha riversato le proprie delusioni.
“Gli uomini – ti ha detto – son tutti dei coglioni”.
Così tu sei cresciuta in quella diffidenza,
fra un uomo e l’altro – pensi – non c’è la differenza,
di ogni tenerezza la più completa assenza,
il vuoto del tuo cuore rasenta la demenza.

Oh mai, un sorriso, che so, una parola di più.
Oh mai, un’occhiata chissà, un po’ di complicità.
Come fisarmonica ti lasci stringere ogni volta ma
c’è un silenzio chiuso in te, più volgare, ecco com’è:
è più volgare di uno sputo.

Tua madre ti parlava lavandoti le spalle,
bambina tu ascoltavi le sue infinite balle.
“Tuo padre – ti diceva – è stato un magro affare:
a quarant’anni appena è un uomo da buttare”.
Tu gli volevi bene, intendo a lui, tuo padre,
e non capivi bene le frasi di tua madre,
eppure hai cominciato, e non ti riguardava,
a difendere per sempre l’orgoglio di una schiava.

Oh mai, mai un giorno che tu mi ringrazi
ma non lo sai fare un gesto che sia
spiritoso con me. Con te la domenica,
sei poco igienica, si muore, sai?
Meglio andare via di qua a cercarsi una città
e non restare in questa mia periferia.
Meglio andare via di qua a cercarsi una città
e non restare in questa mia periferia.

(Paolo Conte, 1974)

So benissimo a chi dedicare questa canzone: a Micky, che ha appena scoperto con meraviglia Paolo Conte.
Più che in altri brani, qui la voce di Conte ti scava dentro, profonda come un abisso, il baratro di sconforto di questa donna ferita che si accolla sulle spalle il dolore della madre, il dolore del padre. Un brano dalla tristezza struggente; un testo efficace, una musica diretta, quasi un capolavoro pittorico.
Incapacità di amare, di abbandonarsi alla passione, una castrazione psicologica: tutto colpa di un cinismo indotto da altri. C’è anche di che riflettere.

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