Per circa 450 volte all’anno mi muovo in treno da o verso l’ufficio. Ora, considerando che il viaggio dura mediamente 45 minuti, si ricava facilmente che ogni anno trascorro quasi 340 ore (il 6,25% del mio tempo; il calcolo è facile: basta tracciare l’ipotenusa che collega il pensiero e l’azione, farci rotolare sopra la palla pazza della Gig e misurare l’angolo in radianti che il suo asse di rotazione forma intersecando il piano dell’enciclica Deus Caritas Est, dopo esser caduta di profilo) sul treno. Quasi una seconda casa, a questo punto. Infatti ho dovuto aggiungere un vano nel calcolo dell’ICI, mentre avrei preferito aggiungere un divano sul vagone del treno.
Ma in una casa propriamente detta oltre alle pareti, ai mobili e le suppellettili ci sono le persone, generalmente sempre le stesse persone. E il treno non differisce da una casa nemmeno sotto questo rispetto. Ma benché ci si veda 450 volte l’anno, con questi personaggi non ho alcun tipo di rapporto. Però li osservo, ne conosco ormai anche le abitudini. Posso riconoscere fino a 30 diverse tonalità di russamenti, dei miei compagni di viaggio conosco le suonerie del telefonino, so quale quotidiano leggono e ormai mi sono fatto un’idea anche della loro vita privata. Vizi e virtù. Passioni e idiosincrasie.
L’idea, devo ammetterlo, non è mia ma mi è stata suggerita da un’amica di chiara fama: oggi vi parlerò di uno dei miei compagni di viaggio. Lo chiameremo Arturo (Andrea son già io), ma non per proteggerne l’anonimato. Il fatto è che proprio non so quale sia il suo nome vero.
Arturo è un uomo sui cinquantacinque, di bell’aspetto nonostante l’acconciatura effetto ginocchio. Sempre ben vestito, benché i completi a sua disposizione paiano essere due soli: uno blu molto scuro e l’altro verde. L’uomo, molto magro e dalla carnagione cioccolato al latte con noci del Piemonte, siede sempre abbastanza vicino a me, secondo un tipico schema incrociato, chiasmatico (e chi diabetico, chi cardiopatico e così via): un sedile di distanza per la lunga e uno per la larga. Dopo aver messo la borsa in cuoio nero sul pianale porta bagagli siede, curando di mettersi nella stessa direzione che prenderà il treno e sollevando leggermente l’orlo dei pantaloni pizzicandone la stoffa sulle ginocchia con un gesto di grande eleganza (o elefanza, fate voi). Apre l’immancabile Gazzetta dello Sport, visibilmente intonsa e scricchiolante. Arturo è un impiegato serio. Non si farebbe mai pizzicare in ufficio a sfogliare il giornale.
Arturo non ha il cellulare. Oppure non ha un’amante. O, altrimenti, i due comunicano tramite pizzini. Tutto può essere. Il suo viaggio in treno prevede il tuffo nella Gazzetta che dura mediamente un quarto d’ora. Poi il nostro eroe sprofonda tra le braccia di Morfeo, non il calciatore, anche se forse ad Arturo piacerebbe. Il russamento è del tipo TEI (TosaErbaIngolfato), con alcuni fraseggi della tipologia ISDR (InsettoScoppiettanteDiRabbia). E’ bello sentirlo russare, mi fa sentire davvero a casa.
Il problema è che la mia fermata arriva prima della sua, posto che sian le fermate a venire incontro al treno e non viceversa. Per quel che ho capito di Einstein penso di poterlo dire a cuor leggero (come il Kinder Bueno). E così abbandono Arturo che forse sta sognando Moggi e Galliani che facevano l’amore con la figlia del dottore, perché i fraseggi del ISDR vanno ormai a comporre una sinfonia. “Ambarabaccicciccoccò”, penso mentre scendo dal treno.

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