Chiedo venia. Il testo è scon-nesso. Colpa di incerta stratificazione e commistione di ricordi.

Non so se sia stato un bene oppure no. Ma è sempre stato così, ormai credo sia il mio modo d’essere e di vivere l’amore.
Ho sempre (almeno da quand’ero tredicenne) corteggiato con la Poesia. A volte ho centrato il bersaglio, altre volte no. Ma sempre con la Poesia, con la vibrante emozione che risuona nelle parole. Lettere d’amore (che fanno tutte ridere, diceva Pessoa e poi musicava e cantava – in modo un po’ sgradevole – il più nostrano Vecchioni). Carte profumate, colorate, istoriate di miei disegni di improbabile fattura.
Quando rileggo alcune cose scritte in passato, riaffiorano ricordi di persone che ho amato con adolescenziale trasporto o con più maturo affetto, ma sempre con intensità indescrivibili. L’amore per me è sempre qualcosa di titanico. Qualcuno dice che è una caratteristica del mio segno zodiacale. Sarà…
Forse poi le donne, anche quelle che ci cascano, non ti prendono mai abbastanza sul serio. La Poesia, come il mare, non la puoi mangiare. Questo si dice. Io però dopo due o tre liriche di Neruda mi sento quasi sazio.
Già, meglio un ingegnere. Ti può sempre estrarre una radice quadrata. O meglio ancora il dentista che ti estrae la radice del molare e accumula tonnellate di denari.
E mentre le riviste femminili (anti-femministe perlopiù) gigioneggiano sulla psicologia della donna, curioso essere incline a farsi trasportare dal romanticismo, dall’emozione, la realtà delle cose sembra essere ben più dura e prosaica.
Ma in fondo, dico io, chi se ne importa? Io scrivo ugualmente. E’ il mio modo di restare vivo, il mio modo di comunicare quel che di me è più intimo. La Poesia è sempre una forma di prostituzione virtuosa, esibizionismo vertiginoso. E il mio ego, a volte, gode nel paragonarsi per dimensioni a un elefante.

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