“E come vi stimate, invece, quando fate gli indovini alle spalle di noi poveri animali! Li conosciamo bene quei vecchietti che dicono ieratici: ‘Ecco, le folaghe sono tornate al lago, tra poco verrà primavera’. E tutti i presenti commentano a bocca aperta: accidenti, come è saggio quel vecchietto, conosce i misteri del tempo e delle stagioni. Ma chi se li è fatti quindicimila chilometri tutti in una tirata fino al lago, senza bussola, chi ha volato un mese a tutta birra per essere puntuale all’appuntamento con la primavera? E’ stato il vecchietto che si è fatto quel bel volo muovendo le falde della gabbana, o è stata la povera folaga? E il merito di indovinare la stagione se lo prende tutto il vecchietto. Sempre così: contate solo voi sulla terra. E la pubblicità? ‘Il buon latte del contadino’, ‘il buon miele di nonna Teresa’. Ma provate a mungere un contadino, e vedrete che risultato. O mandate nonna Teresa a ciucciare i fiori! Basta! Siamo stufi di falacuccia, dalazampa, salta nel fuoco, torna a casa, porta il bastone, porta il fagiano, porta le pantofole. Siamo stufi di farci tagliuzzare e riempire di virus e bacilli per farvi scrivere qualche bell’articolo scientifico”.

(Stefano Benni, Terra!, Feltrinelli, Milano 1983)

So che a molti di voi questo libro non è affatto nuovo. E che Benni è uno scrittore ormai di moda (e a ragione, secondo me), ma non è del romanzo che voglio parlare, anche perché, benché lo trovi abbastanza divertente, non credo sia il suo capolavoro.
Mi ha incuriosito piuttosto il brano che ho riportato qui sopra, le parole di un topo astronauta che, apparentemente semplici, aprono uno squarcio interessante sulla nostra visione della natura e in particolare sul nostro modo sempre utilitaristico di considerare gli animali.
Dovremmo essere più rispettosi e riconoscenti nei loro riguardi. Forse un tempo le condizioni economiche ci impedivano di esserlo, ma ora questo alibi non regge più. O sbaglio?

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