Ma come vorrei avere i tuoi occhi,
spalancati sul mondo come carte assorbenti
e le tue risate pulite e piene,
quasi senza rimorsi o pentimenti,
ma come vorrei avere da guardare
ancora tutto come i libri da sfogliare
e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare

Culodritto, che vai via sicura,
trasformando dal vivo cromosomi corsari,
di longobardi, di celti e romani
dell’antica pianura, di montanari,
Reginetta dei telecomandi,
di gnosi assolute che asserisci e domandi,
di sospetto e di fede nel mondo curioso dei grandi,

anche se non avrai
le mie risse terrose di campi, cortili e di strade,
e non saprai che sapore ha
il sapore dell’uva rubato a un filare,
presto ti accorgerai
com’è facile farsi un’inutile software di scienza
e vedrai che confuso problema è
adoprare la propria esperienza;
Culodritto, cosa vuoi che ti dica?
Solo che costa sempre fatica
e il vivere è sempre quello, ma è storia antica.

Culodritto, dammi ancora la mano,
anche se quello di stringerla è solo un pretesto
per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato, o mi ha mai chiesto;
vola, vola tu, dove io vorrei volare
verso un mondo dove ancora tutto è da fare
e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare.

(Francesco Guccini, 1987)

Se mai dovessi diventare padre vorrei anch’io una figlia con occhi come carta assorbente. Vorrei essere capace anch’io, da padre, di farle un discorso del genere. Una parte di sé cui affidare i sogni miei ormai un po’ impolverati. La generazione, diceva Aristotele, è l’unica occasione che rende l’uomo immortale. E questa è una gran bella visione dell’immortalità, perché “il vivere è sempre quello, ma è storia antica”.


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