Doveva farlo. E lo fece. In un attimo, quasi senza farci caso, in una sorta di interruzione di coscienza. Ora non restava che fuggire.
Andò al lavandino. Si sciacquò accuratamente le mani, già aveva rimboccato la camicia sino ai gomiti.
Un’occhiata allo specchio, un cenno per riavviarsi i capelli, più per abitudine che per necessità. Suggestivo: il rosso del sangue striava il non-colore dell’acqua, in spirali delicate e sinuose. Poteva anche essere bella quella vista, poteva rendere paghi gli occhi di Dorotea.
La porta era rimasta aperta. Non si prese neppure la briga di chiuderla. Raggiunse la sua auto, la mise in moto e guidò per più di tre ore. Senza sapere dove andava. Senza pensare. Quasi senza guardare.
In estate i colli toscani si tingono del giallo del girasole, del verdegrigio dell’ulivo. La strada sinuosa richiede una continua attenzione alla guida. Il sole intenso che spunta d’improvviso dalla cresta di un poggio ti può abbagliare e fatir perdere per un piccolo, fatale istante il controllo della traiettoria.
Ma Dorotea, nella determinata concentrazione di chi si sforza di rimuovere il passato, anche un passato molto recente, guidava sicura disegnando curve precise, gli occhi castani schermati da occhiali scuri.
Indossava una gonna blu, una gonna aderente che lasciava scoperte le ginocchia. L’avevo osservata per più di un’ora dal sedile del passeggero, tutti e due senza parlare. Lei l’assassina, io il suo amante.

Mi chiamo Alfredo. Ho quarantadue anni e sulla mano la linea della vita spezzettata in segmenti malsicuri.
Sono un musicista di jazz, contrabbassista. Conobbi Dorotea in un jazz club della mia città. Lo ricordo ancora, anche se sono passati molti anni: era il 17 marzo, san Patrizio. Sarà stato il whisky, non so, ma quella sera i ragazzi ci davano dentro e io percuotevo le corde del mio contrabbasso come fossero i tasti di una marimba. Dovevamo fare una certa impressione, è chiaro, ma spesso lo “Scotch Be-Bop Quartet” esagerava sia con lo scotch, sia col be-bop.
In tutti gli anni passati a suonare nei locali di mezza Europa non sono mai riuscito a capire come possano esserci individui che stanno per tutta una notte al tavolino scolando cocktail e senza muovere un solo dito per seguire il ritmo incalzante del jazz. Non una sincope vibra nelle loro ossa. Non una.
Invece lei no. Oscillava le sue caviglie su trampoli di tacchi a spillo come se nella sala non ci fosse che lei e jazz. Indossava un vestito lungo, nero, con una scollatura profonda ed elegante. Aveva seni leggeri, sguardo trasognato, cosce che intravvedevo lunghissime dallo spacco. Ma non c’era malizia in lei, neanche un’ombra di lussuria, solo un compiacimento della sua figura che, mi appariva già chiaro, era tutt’uno col suo mondo interiore.
Suonavamo per denaro, ovvio. Suonavamo per divertimento, naturale. Ma soprattutto suonavamo per le donne; tutti noi, tranne me. Le serate si concludevano invariabilmente in motel di infima categoria dove io ingollavo gli ultimi sorsi di scotch, mentre i miei complici consumavano fugaci relazioni con le donne adescate durante lo spettacolo.
Era arrivato comunque il mio momento. L’assolo di contrabbasso è un’esperienza decisamente particolare. Ci vuole un palato smaliziato per apprezzarlo, un orecchio fine per sentirne il sapore. Quando suoni non sai mai che tipo di pubblico ti sta di fronte. Suoni e basta.
Ma quando vidi che già alla terza battuta del mio giro di Autumn Leaves, la donna socchiudeva gli occhi e che leggere increspature le si disegnavano agli angoli della bocca, cominciai ad oscillare anch’io con lo strumento, avanti e indietro. Ci misi scale cromatiche e sperticate, sincopi virtuose, fraseggi mozzati stretti soffiati, be-bop, sofferenza blues e tutto l’ardore latino che il mio nome di battesimo mi aveva sempre promesso.
In fondo, penso abbia fatto effetto. Alla fine dell’assolo la ragazza si alzò in piedi per tributarmi un applauso entusiasta e delicato al tempo stesso. Chinai leggermente il capo levando l’inseparabile berretto, che mio nonno mi aveva insegnato a chiamare “a cuoppola”. Da quel momento, fu una festa di lazzi e sconcerie sul palco; i miei complici e gregari del be-bop non persero alcuna occasione per ammiccare alla ragazza e motteggiare sulla mia timidezza atavica.
Ma ora avevo orecchi solo per il jazz, e avevo occhi solo per la mia principessa che si era graziosamente riseduta al suo tavolino. E stava fumando.
Erano le due quando terminammo il concerto con quel grande standard che è Angel Eyes, blues straziante che noi suonavamo alla velocità di un cavallo imbizzarrito. Ma eravamo giovani allora.
Appoggiai il contrabbasso sul palco e accesi una sigaretta, mentre i miei compagni avevano già raggiunto il banco per il consueto di giro di mojito.
Fu lei a venirmi incontro:
– Italiano vero?
– Chi? Io?
– No, il berretto.
– Ah, un vecchio ricordo di famiglia.
– Anch’io sono italiana, di Milano. Permetti? Dorotea.
– Alfredo. Io sono nato a Marsiglia. Mio nonno però era italiano.

Sì, probabilmente gli effetti di questa decisione si disperderanno nel giro di una settimana. Ma intanto ho deciso e potrebbe essere la volta buona. Voglio scrivere!
Qui sopra ho riportato l’attacco di un racconto, novella, romanzo chissà! L’ho scritto diverso tempo fa… ma mi son venute meno le idee. Voglio altri personaggi, voglio sapere come prosegue la vicenda. C’è nessuno che mi dà una mano?

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