Fumare alora si fuma i vizadri secchi, certi canoni, ma tanto non si respiravano, e quando tiravi facevano delle fiamate di mezzo palmo, oltre al sapore che t’arivava in bocca che sembrava ti fumassi il comò della tua stànzia. Roba forte, mica tutti eran bòni. Più gentile e delicato il fumare nelle pippe, cosa che si prestava agli esperimenti, foglie di rosa, di figo, di castaggno, di vite, ormai s’era intenditori; si provò anche quelle foglie secche di quella canapa che i nonni tenevano nella cavanna, lì perché non si sa mai, tanto i telai non li aveva più nessuno. Non eran cative, quelle foglie. E di lì a venire, quando mi capitò in bocca quella tal sigaretta che sembrava di fumare l’ira di dio, mi dissi: “Ma sto sapore qui l’ho già sentito” e chi l’avrebbe detto che eran le stesse foglie fumate nelle pippe di tera grèca (o granturco perché si fecero anche con quello) di quei giorni lontani nel lontano fiumme. Ò, non s’impara mai gnénte, vè.

(Francesco Guccini, Cróniche epifàniche)

Questa notte ho tolto dallo scaffale della mia libreria questo curioso volume di Francesco Guccini, edito dalla Feltrinelli nel 2002, e che lessi qualche anno fa. L’idea mia era quella di presentarlo sotto la categoria degli “scampoli di lettura”.
Poi stamane mi sono imbattuto del tutto casualmente con il brano che ho riportato. Mi sono tornate alla memoria sensazioni, visi, emozioni legati alle primissime esperienze da fumatore e ho pensato di trattare la faccenda nella sezione “amarcord”.
D’altra parte, benché assai più più giovane del cantautore emiliano, appartengo a una generazione che ha amato le “barbe” del granturco e con quelle si son fabbricate le prime rudimentali sigarette, tremende di sapore e portentose nel graffiare la gola. E le si fumava di nascosto, naturalmente, al limitare dei campi. Pregi e delizie di un’infanzia trascorsa nella provincia ancora ricca di campagna.
Eran luoghi e situazioni di confronto acceso e di socializzazione. Le prime utopie, i primi innamoramenti. Le prime sgangherate insorgenze dell’astio nei riguardi di tutto ciò che è costituito: clero, stato, famiglia. Le prime ubriacature collettive consumate sempre nei medesimi luoghi. Non c’era un “fiumme” nella mia adolescenza, ma campi di granturco sì e una fretta smaniosa di crescere e di contare.
E anche un’ingenuità che rendeva tutto magico e che, in fondo, non mi ha mai abbandonato. Neppure ora che la “barba” del granturco non la fumo più.

Nota: il caro Guccini, in appendice al suo libro, pubblica una sorta di glossario, molto utile per decifrare questo curioso dialetto dell’Appennino Tosco-Emiliano. Vi riporto, per completezza, la voce “vizadro”:

vizadro: Clematis Vitalba. Non è l’Erba Pantagruelion, ma per i suoi molteplici usi ci si avvicina: si arampica e ricopre con liane festose, anche se è da dire che non reggono un gran ché se uno vuol farci Tarzan. Le stesse liane, secche, troncate, possono essere fumate a mò di sigaro (senza respirare, sia chiaro), e i germogli giovani, previa bollitura, si usano in primaverili frittate.

(Francesco Guccini, Cróniche epifàniche)

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