Ore 3:20 del mattino, circa. Sono quasi più stanco e provato di Fassino che sbadiglia alle spalle di un Prodi annunciante (chissà poi perché) una poco probabile vittoria delle elezioni. Arranco verso il letto, ma neanche lì trovo pace.

Sono sfiancato, deluso e mortificato. Siamo un popolo di imbecilli, altro che coglioni, caro Presidente. Un popolo di ignoranti plagiati. Devo dargliene atto, signor Presidente: lei sa sempre su quale tasto battere. Un bell’anacoluto l’ha imparato anche dalla Brianza: “Chi pussé vusa, la vaca l’è sua!” (chi più urla, si aggiudica la vacca – al mercato, s’intende). Gli italiani hanno compreso, grazie al suo operato, che la politica è come il mercato. Andare a votare è come scegliere tra due marche di carta igienica. La campagna elettorale, una spregiudicata azione di marketing.

Siamo un popolo senza memoria storica. Ma non parlo più della memoria di eventi di sessant’anni fa. Parlo della memoria degli ultimi cinque anni. Mi riferisco soprattutto alla memoria degli ultimi mesi. Troppo difficile ricordare.

Ma siamo davvero un “popolo”? Non credo. Non più. Siamo un’accozzaglia di individui. Qualcuno ci ha insegnato che l’interesse personale prevale su quello della collettività. D’altra parte sono coglioni quanti decidono di votare contro il “proprio” interesse. Come se poi chi ha pronunciato questa condanna avesse a cuore l’interesse del suo elettorato.

E soprattutto ho molta, moltissima paura. Il clima di incertezza in cui – grazie alla lungimirante riforma elettorale (preferirei definirla “restaurazione”) – i risultati di queste elezioni ci hanno gettati mi sembra il terreno ideale per un colpo di mano. Ormai non mi stupirebbe più nulla, siamo “un popolo di dura cervice”.

La gente stessa, quella comune, quella che incontro per le strade di Milano, sulla metro, sul treno, è piena di odio, diffidenza, ostilità. Questa campagna elettorale ci ha reso tutti più stupidi e ignoranti, sì, ma anche più cattivi. Mi guardano male sul treno quando estraggo dalla borsa la mia copia del Manifesto, è una brutta sensazione, presagi inquietanti.

Il tempo di rigirarmi di nuovo nel letto. Sono le 6:30. Devo alzarmi, lucidarmi le borse degli occhi e avviarmi verso l’ufficio. Con la morte nel cuore.

Una cosa è rimasta a noi coglioni. Ancora non ce la possono portar via. Sappiamo ancora piangere per un risultato elettorale.

Italia, vergogna.

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