7) Quindi non vi è modo di spiegare come una monade possa essere alterata o mutata nel suo interno da qualche altra creatura, poiché non si potrebbe trasporvi nulla né compiere su di essa alcun movimento che vi potesse essere eccitato, diretto, aumentato o diminuito, come può accadere nei composti, o là dove si ha cambiamento fra le parti. Le monadi non hanno finestre, dalle quali qualcosa possa entrare o uscire. Gli accidenti non potrebbero staccarsi né muoversi fuori delle sostanze, come facevano in altri tempi le specie sensibili degli scolastici. Così né sostanza né accidente possono entrare in una monade dal di fuori.

Eccoci finalmente nel cuore di questa prima parte della monadologia. Con la settima proposizione Leibniz enuncia una caratteristica fondamentale della monade. Essa non ha finestre, è chiusa in sé stessa in un attivo solipsismo percettivo. Verrà chiarito nelle prossime proposizioni come si possa parlare di “azione” per un soggetto – la monade, appunto – che non un vero e proprio commercio con il mondo circostante (sempre che di un mondo circostante propriamente detto si possa ancora parlare), ma solo una complessa vita interiore.
In questa proposizione Leibniz prende le distanze dalla dottrina, enunciata da Aristotele e ripresa da Tommaso d’Aquino, secondo la quale agli oggetti ineriscono le specie sensibili come accidenti. Tali specie sensibili sarebbero una sorta di immagini della cosa stessa, dalla quale si dipartirebbero nel processo della conoscenza per colpire l’anima del percettore. Come si scoprirà nel prosieguo dell’opera un certo rapporto tra le monadi è ammissibile malgrado questa loro assoluta  impermeabilità al mondo esterno.

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