Ma al primo colpo dei cannoni francesi, il Pendulus sgusciò giù dal cavallo, come l’anguilla fuori dal cesto quando sente l’acqua della salvezza, e abbrancata la sua sacca corse finalmente verso Civisbellum dove l’aspettava la Luigina in un ciuffo di piume.
Così correndo trapassò Melzo, Monza, Sesto San Giovanni e Bresso, fermandosi un attimo sul ponte del Lambro, dove con speciale uncino, ritorto dal filo di ferro che era stato il centrale sostegno del busto della sua sarta di Milano, cavò una tinca dall’acqua e rimirandola così nera e lustra la immaginò già cucinata, steccata d’aglio e di prezzemolo, annegata in un magrissimo succo di limone, pelago a due affondati gambi di sedano e all’isola di una bella patata bollita, dentro le rive di una maiolica di Bassano.
Finalmente giunto a Civisbellum, la Luigina lo ristorò in fretta con la tinca in bianco, senza un filo di contorno, avendo troppa furia d’arrivare in porto, ma così facendo soffiò vento contrario sull’artista che aveva spirito bizzarro e respingeva il pesce senza l’ornamento di un po’ di verdura bollita, essendo venuto da Parigi a pane e acciuga; e poiché in quel momento gli zampillava nella mente una mirabile battaglia lasciò il pesce liscato a metà ma finì il gotto di bianco, quindi srotolata la tela la inchiodò sull’anta dell’armadio e sparsi sul comò i suoi vasetti di cinabro, terra di Siena, vermiglione e smeraldo, li rimestò con la forcina dei capelli che era negletta su quel marmo, e le tinte provò col pollice passandolo sul risvolto della manica dove la sarta gli aveva cucito un cuoio per la bisogna, poi, diventando profondamente assorto e non curante della donna che avendo già slacciata la camicia rabbrividiva di freddo e di passione, cominciò a fare un cavallo con un sottilissimo pennello di volpe, bilanciando il primo tratto della coda con un lungo occhieggiare, fisso alla sua approvazione, espressa, se c’era, col lapparsi le labbra, e se non c’era, col dubbioso mordicchiare dei baffi.

(Adamo Calabrese Stradivarius Radesky, Il libro del re, Viennepierre edizioni, Milano 2001)

Siamo di fronte a un capolavoro di autore quasi perfettamente ignoto. Storie di guerre e di amori boccacceschi s’intrecciano in un’ipotetica Brianza cinquecentesca. La foga dell’autore di raccontarci queste vicende è tanto impetuosa da travolgere talvolta sintassi e punteggiatura, derogando in modo assai gradevole alle regole dello scriver bene.
Il gusto per il ridicolo, il grottesco, l’assurdo, che disvela però alcune grandi e inconfessabili verità dell’animo umano e dei suoi moti, è presente qui come nel Don Chisciotte di Cervantes. L’autore non è forse impermeabile neppure alla lezione di “Brancaleone”.
Per una specie di capriccio, la Postfazione è stata disegnata anziché scritta. Vi assicuro che i disegni da soli varrebbero il libro. So che è praticamente possibile trovare il volume in libreria. Quindi, se siete interessati a leggerlo chiedete a me. Conosco bene la casa editrice che lo ha pubblicato e ve lo procurerò senza difficoltà.

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