Faccio seguito a una richiesta della cara amica Martina che mi chiedeva di parlarle un po’ dell’àpeiron. Si tratta in realtà di un concetto molto caro alla storiografia della filosofia antica e che io stesso ho trovato sempre piuttosto interessante dal momento che la sua formazione costituisce una prima (se non la prima in senso storico assoluto, almeno la prima per importanza nel contesto del penserio presocratico) forte commistione tra cosmogonia e morale.
Tradizionalmente si ritiene che il concetto sia stato formulato da Anassimandro di Mileto (610/609-547/546), un pensatore che fu a capo di quella famosa scuola ionica fondata da Talete. Della sua opera Della natura ci è rimasto un solo frammento. E’ stato tuttavia possibile ricostruire in qualche modo la sua filosofia della natura facendo riferimento alle testimonianze dossografiche successive.
Secondo tali fonti, Anassimandro avrebbe posto come principio (arché) del mondo l’apeiron (il senza limite), una mescolanza primigenia ed eterna di tutte le cose. In questo tutto confuso e assolutamente disordinato nulla è affatto distinguibile. Gli elementi che compongono la natura trarrebbero origine da questo “crogiuolo” primordiale per separazione e opposizione di contrari: caldo-freddo, umido-secco e così via. Tale separazione, un principio di ordine che ha però la connotazione morale della discordia, dà vita al mondo corrompendo la perfezione ontologica e morale dell’unità. I componenti della natura, per potersi ricongiungere all’àpeiron dovrenno perire. La cosmologia e la cosmogonia di Anassimandro assumerebbero così, in qualche modo, una connotazione pessimistica, essendo il fine ultimo delle cose quello di perire nella continua lotta degli opposti, per poi rincongiungersi a quell’entità indifferenziata e illimitata (attenzione, non significa necessariamente infinita) dalla quale altre cose, altri mondi verranno di nuovo generati.
Una prospettiva curiosa che, pur nella sua semplicità e ingenuità, inaugura un modus philosophandi molto praticato successivamente (non solo in epoca antica, ma addirittura in epoca moderna) e che si caratterizza per la propensione ad approfondire le relazioni tra la natura del cosmo e quella dell’uomo, nel convincimento più o meno esplicito la conoscenza dell’una possa illuminare l’altra e viceversa.
Quello di Anassimandro è inoltre uno dei pochi casi nell’ambito della filosofia presocratica in cui viene evocato come arché (principio che fonda e origina il mondo) un ente non percepibile sensorialmente e non appartenente alla Natura in senso stretto. Ciò che per Talete era stata l’acqua, per Anassimene l’aria, per Eraclito il fuoco (ma qui ci sarebbero importanti precisazioni da fare) è per Anassimandro un insieme indistinto che in qualche modo, per dirlo con terminologia aristotelica, è mondo in potenza.

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