Arrotino affila
questi occhi
foschi e fa’ che
sia musica di sistro
il tuono della
macchina, fa’ danzare
le sue labbra sul
canto mio di
airone. Non v’è
musica ch’io
ami di più.
.d.i.e.c.i. Venerdì, Apr 14 2006
Le parlerò coi versi and Uncategorized 7:20 am
La domenica delle salme Mercoledì, Apr 12 2006
Quattro dischi e un po' di whisky and Uncategorized 7:19 am
[...]
La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade
la domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del ”tua culpa”
affollarono i parrucchieri
[...]
il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
– voglio vivere in una città
dove all’ora dell’aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo –
[...]
La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
– quant’è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare –
Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz’oretta
poi ci mandarono a cagare
– voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avete voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo –
La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano i segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta.
(Fabrizio De André, 1990)
A onor del vero è stato un amico ad attirare la mia attenzione su questa enigmatica canzone di De André che non avevo ricollegato alle vicende del recentissimo weekend elettorale. E’ un pezzo di difficile esegesi, per questo mi sono anche permesso di riportarlo solo in parte.
Mi sembra in ogni caso che il “cadavere di Utopia”, scortato da un corteo di flauti possa dare un’immagine poetica e molto veritiera di ciò che sta succedendo in questi giorni nel nostro Paese. Quello che proprio non riesco ad avvertire è il “coro di vibrante protesta”.
Italia, vergogna. Martedì, Apr 11 2006
Diario di bordo and Mulini a vento and Uncategorized 7:17 am
Ore 3:20 del mattino, circa. Sono quasi più stanco e provato di Fassino che sbadiglia alle spalle di un Prodi annunciante (chissà poi perché) una poco probabile vittoria delle elezioni. Arranco verso il letto, ma neanche lì trovo pace.
Sono sfiancato, deluso e mortificato. Siamo un popolo di imbecilli, altro che coglioni, caro Presidente. Un popolo di ignoranti plagiati. Devo dargliene atto, signor Presidente: lei sa sempre su quale tasto battere. Un bell’anacoluto l’ha imparato anche dalla Brianza: “Chi pussé vusa, la vaca l’è sua!” (chi più urla, si aggiudica la vacca - al mercato, s’intende). Gli italiani hanno compreso, grazie al suo operato, che la politica è come il mercato. Andare a votare è come scegliere tra due marche di carta igienica. La campagna elettorale, una spregiudicata azione di marketing.
Siamo un popolo senza memoria storica. Ma non parlo più della memoria di eventi di sessant’anni fa. Parlo della memoria degli ultimi cinque anni. Mi riferisco soprattutto alla memoria degli ultimi mesi. Troppo difficile ricordare.
Ma siamo davvero un “popolo”? Non credo. Non più. Siamo un’accozzaglia di individui. Qualcuno ci ha insegnato che l’interesse personale prevale su quello della collettività. D’altra parte sono coglioni quanti decidono di votare contro il “proprio” interesse. Come se poi chi ha pronunciato questa condanna avesse a cuore l’interesse del suo elettorato.
E soprattutto ho molta, moltissima paura. Il clima di incertezza in cui - grazie alla lungimirante riforma elettorale (preferirei definirla “restaurazione”) - i risultati di queste elezioni ci hanno gettati mi sembra il terreno ideale per un colpo di mano. Ormai non mi stupirebbe più nulla, siamo “un popolo di dura cervice”.
La gente stessa, quella comune, quella che incontro per le strade di Milano, sulla metro, sul treno, è piena di odio, diffidenza, ostilità. Questa campagna elettorale ci ha reso tutti più stupidi e ignoranti, sì, ma anche più cattivi. Mi guardano male sul treno quando estraggo dalla borsa la mia copia del Manifesto, è una brutta sensazione, presagi inquietanti.
Il tempo di rigirarmi di nuovo nel letto. Sono le 6:30. Devo alzarmi, lucidarmi le borse degli occhi e avviarmi verso l’ufficio. Con la morte nel cuore.
Una cosa è rimasta a noi coglioni. Ancora non ce la possono portar via. Sappiamo ancora piangere per un risultato elettorale.
Italia, vergogna.