Lettera a Babbo Natale Venerdì, Dic 22 2006 


Caro Babbo Natale,
accettando l’ipotesi che tu esista, mi cimento in una letteruccia. Non so se mi sono comportato davvero bene quest’anno, ma provo comunque a comunicarti i miei desideri.
Sono già in possesso di molte ricchezze, di tutti gli affarini elettronici possibili e immaginabili; possiedo più libri di quanti riuscirò a leggere in tutta la vita; ho tanti amici che mi vogliono bene, una casa e una famiglia. Pertanto quest’anno non ti chiedo di portarmi qualcosa. Non disturbarti per raggiungere il camino di casa mia.
Ti chiedo solo di portare via qualcosa. Portati via l’imperialismo americano e la sua lunga striscia di sangue; portati via l’ipocrisia della chiesa corrotta; portati via i fascisti, i leghisti, i forzaidioti che inquinano il mio paese. Portati via le lobby farmaceutiche e le industrie di armi. Portati via la televisione spazzatura e il giornalismo zerbinistico. Portati via l’indifferenza al bello.
Ho chiesto troppo?

Sempre tuo affezionatissimo

l’Elefantino.

Celodurismo digitale e cerebrale Lunedì, Dic 18 2006 

Di duro, ormai, gli sono rimasti il dito medio e il cervello.

v.e.n.t.i.d.u.e Venerdì, Dic 15 2006 


Ti regalo la parola come
fosse definitiva e invece
è misera polvere d’alchimista,
è sabbia che sfugge
tra le maglie delle dita.

v.e.n.t.u.n.o Mercoledì, Dic 13 2006 


Quando dormi, amore,
sei il racconto suadente
di una fiaba. L’una
sull’altra le tue palpebre
accarezzano l’aurora
che non è ancora giunta.

Dublino è una città Martedì, Dic 12 2006 


Dublino è una città.
Dublino è una città graziosa.
Dublino è una città graziosa e piccina.

L’attraversi a piedi, da un capo a quell’altro (già, ma quanti capi ha?), in un’ora. Ma quando attraversi devi stare attento perché marcian tutti sulla sinistra, no come Prodi, questi lo fan davvero. E vanno come dei pazzi, specie i conducenti dei camion e dei pullman a due piani di un bel giallo cadmio che scalda il cuore.
Dublino ha una chiesa gotica che si chiama Christ’s Church. Ha una chiesa gotica in perfetto stile gotico. È davvero molto gotica da fuori, ma dentro… Dentro c’è poco o nulla. Se non una cripta, dove si conservano grottesche lapidi in memoria di tennents, honourable husbands e così via. Su una parete della navata di destra c’è una teca che contiene un gatto e un topo, nella posa che simula l’inseguimento del primo nei confronti dell’altro. Felino e roditore perfettamente mummificati. Una targhetta ci racconta che i due malcapitati sono stati pescati in una canna dell’organo. Che si facevano le canne. E uno può ridere anche in chiesa sotto lo sguardo torvo di un sacerdote che sembra padre Ralph, quello degli uccelli di rovo, anzi forse è lui.

Dublino ha una quantità sterminata di pub. E i pub hanno una quantità sterminata di avventori. E gli avventori, in corpo, hanno una quantità sterminata di alcol. E anche le donne, ogni rotolino di ciccia un barile di Guinness. Rotolini di ciccia da Guinness (dei primati). E nei pub sono tutti simpatici. A Dublino sono tutti simpatici e accoglienti.
Dublino ha l’odore del mare nel vento freddo. Un mare grigio, freddo. Un mare come tutti i mari, però è quello di Dublino. Un mare con i gabbiani, però sono i gabbiani di Dublino. Una spiaggia con le conchiglie e i sassi strani, però son conchiglie e sassi strani di Dublino.
Dublino ha adottato la mia amica Stefania, che mi ha gentilmente ospitato. Come fossimo fratelli.
Dublino ha tanti ponti sul fiume Liffey. Dublino ha tanti ponti tra le culture diverse. Ha un sorriso per tutti. Ha il calore della gente, il profumo dell’umanità.

Dublino è una città.
Dublino è una città piccina.
Dublino è una città piccina e graziosa.

Ringrazio e abbraccio anche Silvia, Alessia, Fergal e Monica, impareggiabili compagni di viaggio.

(20) Lunedì, Dic 11 2006 

Pinochet più.

E’ desaparecido.

Baile Atha Cliath Mercoledì, Dic 6 2006 


Cari amici lettori, per qualche giorno l’elefantino trasferirà la sua dimora presso Dublino. Dal villaggio guado dei graticci (‘Baile Atha Cliath’, in gaelico, appunto) non potrò scrivere. Lunedì sarò già di ritorno.
Viva tutti voi!

Un altro Venezuela è possibile Mercoledì, Dic 6 2006 

Congratulazioni al compagno Hugo Chavez!

L’amore al tempo della guerra Martedì, Dic 5 2006 


Stranizza d’amuri

‘Ndo vadduni da Scammacca
i carritteri ogni tantu
lassaunu i loru bisogni
e i muscuni ciabbulaunu supra
jeumu a caccia di lucettuli …
a litturina da Ciccum-Etnea
i saggi ginnici ‘u Nabuccu
a scola sta finennu.

Man manu ca passunu i jonna
sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa
ccu tuttu ca fora c’è a guerra
mi sentu stranizza d’amuri
l’amuri

E quannu t’ancontru ‘nda strata
mi veni ‘na scossa ‘ndo cori
ccu tuttu ca fora si mori
na mori stranizza d’amuri
l’amuri

E quannu t’ancontru ‘nda strata
mi veni ‘na scossa ‘ndo cori
ccu tuttu ca fora si mori
na mori stranizza d’amuri
l’amuri

Man manu ca passunu i jonna
sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa
ccu tuttu ca fora c’è a guerra
mi sentu stranizza d’amuri
l’amuri.

(Franco Battiato, 1979)

Nel vallone di Scammacca
i carrettieri ogni tanto
lasciavano i loro bisogni
e i mosconi ci volavano sopra
andavamo a caccia di lucertole
il vagone della Circumetnea
i saggi ginnici, il Nabucco
la scuola sta finendo.

Man mano che passano i giorni
questa febbre mi entra nelle ossa
Anche se fuori c’è la guerra
mi sento una stranezza d’amore
l’amore

E quando ti incontro per strada
mi viene una scossa nel cuore
e anche se fuori si muore
non muore questa stranezza d’amore
l’amore

E quando ti incontro per strada
mi viene una scossa nel cuore
e anche se fuori si muore
non muore questa stranezza d’amore
l’amore

Man mano che passano i giorni
questa febbre mi entra nelle ossa
Anche se fuori c’è la guerra
mi sento una stranezza d’amore
l’amore.




Dieci, cento, mille volte, ieri, ho riascoltato questo brano che significa l’amore al tempo della guerra, che significa l’intima forza di rigenerazione dell’uomo anche nella disperazione. Il canto di Battiato ha la forza della poesia, quella vera, e il fascino arcaico del dialetto. E anch’io “mi sentu stranizza d’amuri”.

La nostra coscienza ci fa vili Lunedì, Dic 4 2006 



Essere, o non essere… questo è il problema:
se sia più nobile sopportar le fiondate
e le frecciate d’una sorte oltraggiosa,
o armarsi contro un mare di sciagure,
e, contrastandole, finir con esse.
Morire… addormentarsi: nulla più.
E con un sonno dirsi di por fine
alle doglie del cuore e ai mille mali
che da natura eredita la carne.
Questa è la conclusione
che dovremmo augurarci a mani giunte.
Morire… dormire, e poi sognare, forse…
Già, ma qui si dismaga l’intelletto:
perché dentro quel sonno della morte
quali sogni ci possono venire,
quando ci fossimo scrollati via
da questo nostro fastidioso involucro?
Ecco il pensiero che deve arrestarci.
Ecco il dubbio che fa così longevo
il nostro vivere in tal miseria.
Se no, chi s’indurrebbe a sopportare
le frustate e i malanni della vita,
le angherie dei tiranni,
il borioso linguaggio dei superbi,
le pene dell’amore disprezzato,
le remore nell’applicar le leggi,
l’arroganza dei pubblici poteri,
gli oltraggi fatti dagli immeritevoli
al merito paziente,
quand’uno, di sua mano, d’un solo colpo
potrebbe firmar subito alla vita
la quietanza, sul filo d’un pugnale?
E chi vorrebbe trascinarsi dietro
questi fardelli, e gemere e sudare
sotto il peso d’un’esistenza grama,
se il timore di un “che” dopo la morte
– quella regione oscura, inesplorata,
dai cui confini non v’è viaggiatore
che ritorni – non intrigasse tanto
la volontà, da indurci a sopportare
quei mali che già abbiamo,
piuttosto che a volar, nell’aldilà,
incontro ad altri mali sconosciuti?
Ed è così che la nostra coscienza
ci fa vili; è così che si scolora
al pallido riflesso del pensiero
il nativo colore del coraggio,
ed alte imprese e di grande momento,
a cagione di questo, si disviano
e perdono anche il nome dell’azione.




La magia del teatro. La profonda poesia di Shakespeare. Il tutto riletto in una chiave moderna, modernissima. Una regia che accoglie a braccia aperte la lezione del cinema. Scene come fossero tagli di pellicola. Un Amleto in jeans e felpa nera, un re Claudio con la camicia sbottonata sul petto e gli occhiali da sole. Gertrude vestita da vamp.
Ma la malìa invincibile di Amleto, la dolcezza scoraggiante di Ofelia sono intatti, come se la reinterpretazione non fosse che il modo migliore per conservare il capolavoro del poeta.