Ricette immorali Giovedì, Apr 27 2006 

Baccalà al pil pil

(per 4 persone)
8 pezzi di baccalà
1/2 litro di olio di oliva
4 spicchi d’aglio
2 peperoncini piccanti piccoli

Si tiene il baccalà a bagno per circa 24 ore, cambiando l’acqua ogni otto ore. Si accerta che la dissalatura sia al punto giusto. Se così è, si toglie il baccalà dall’acqua e lo si fa sgocciolare, si squama e si tolgono le spine. Si mette sul fuoco una pentola di terracotta con l’olio, i peperoncini e l’aglio. Si mettono da parte il peperoncino e l’aglio quando saranno imbionditi, e si mette in quella stessa pentola il baccalà con la pelle. Se il baccalà è di buona qualità, basteranno quindici minuti di cottura. In seguito, si leva l’olio e si comincia a lavorare il baccalà, imprimendo alla pentola movimenti circolari e ondulatori, e nel frattempo si aggiunge a poco a poco l’olio, lo stesso che prima era stato messo da parte, sino ad ottenere una salsa densa. Si orna con gli spicchi d’aglio adoperati all’inizio e con i peperoncini tagliati a rondelle.

Se non si trattasse di magia, ma dico magia vera e propria, inspiegabile, direi che si tratta di magia, ed è questo che dico. Baccalà morto stecchito, resuscitato dall’acqua e trasformato a un tratto in materia malleabile, come il marmo nelle mani di Michelangelo o l’argilla in quelle di un vasaio di Guadix. È magia che il baccalà morto stecchito diventi materia che ha creato il proprio paesaggio di salsa bianca e cremosa come un latte fondamentale e solido. Due corpi che mangiano insieme il baccalà al pil pil dalla stessa pentola diventano per forza vasi comunicanti perché tra essi prende il sopravvento la comunicazione della materia-linguaggio, il pil pil, la lingua, fatti, cose che si ascoltano dallo stesso centro dell’esperienza condivisa. Così parlò Zarathustra. Ma io mi limito a dire che questo è il piatto del re dei mari e dei letti, vale a dire, il piatto re di tutte le navigazioni, e che vivere non è necessario, ma navigare sì.

(Manuel Vázquez Montalbán, Ricette immorali, Feltrinelli, Milano 1992)

Non c’era mica bisogno di Vázquez Montalbán, il cantore delle incredibili gesta erotico-poliziesche di Pepe Carvalho, per insegnarci che l’amore e il sesso intrattengono profondi legami con la cucina – direte voi. Certo, lo sapevamo già, ce ne aveva già parlato persino Apicio, il grande chef della classicità romana, e i più fortunati tra noi lo hanno sperimentato anche personalmente.
Ma nessuno finora era sceso tanto nel dettaglio tracciando le relazioni tra il piatto, la situazione amorosa e la vittima della seduzione. Scrive: “Non si sa di nessuno che sia riuscito a sedurre con ciò che aveva offerto da mangiare; ma esiste un lungo elenco di coloro che hanno sedotto spiegando quello che si stava per mangiare”.
Buon appetito!

Ti te sée no Giovedì, Apr 27 2006 

Ti te sée no perché ti vett minga in gir
che per faa la spesa per mi;
perché ghe voeur mess’ura, e a ‘rivà
giò in piazza del Domm i ghe veuren dü tramm…
ma mi, quand’ìnn vott ur, torni a cà de bottega;
nascondi la cartèla cunt denter li mèe strasc,
me ‘lasci la giacchetta come te me dì ti,
camini per Milann: me par de vèss un sciur!

Ti te sée no: i gh’è tanti otomobil
de tucc i culùr, de tucc i grandess
l’è pien de lüs, che el par d’ess a Natal,
e sura, il ciel pien de bigliett de milla…
Che bel ch’el ga de véss
véss sciuri, cunt la radio
noeuva e, indell’armadio,
la torta per i fieu
che vegn’in cà de scola…
e tocca dargli i vizi:
“Per ti, un’altra vestina!
A ti, te cumpri i scarp!”

Ti te sée no, ma quest chi l’è on parlà de stüpid:
l’è bon dumaa de t’rà ciucch!
Ti te sée no, ma quand mi te caressi
la tua bèla faccetta inscì nètta, me par
me par de vèss un sciur;
un sciur ch’el gh’ha la radio
noeuva e, indell’armadio,
la turta per i fieu
che vegn’in cà de scola…
e tocca dargli i vizi:
“Per ti, un’altra vestina! A ti, te cumpri i scarp!”

(Enzo Jannacci, 1964)

Tu non lo sai perché non esci
che per far la spesa per me;
perché ci vuole mezz’ora; e arrivare
giù in Piazza del Duomo ci voglion due tram…
ma io, quando arrivano le otto, torno a casa dal lavoro;
nascondo la borsa con dentro i miei stracci,
mi allaccio la giacchetta come mi hai detto tu,
cammino per Milano, mi sembra d’essere un signore!

Tu non lo sai: ci sono tante automobili
di tutti i colori, di tutte le dimensioni;
è così pieno di luci che sembra d’essere a Natale,
e sopra, il cielo pieno di biglietti da mille…
Che bello dev’essere
essere signori, con la radio
nuova e, nell’armadio,
la torta per i bambini,
che vengono a casa da scuola…
e bisogna viziarli:
“Per te un altro vestito!
A te compro le scarpe!”.

Tu non lo sai, ma questo è un discorso da stupidi
è buono solo per ubriacarsi!
Tu non lo sai, ma quando io accarezzo
la tua bella faccina così pulita, mi sembra
mi sembra di essere un signore;
un signore che ha la radio
nuova e, nell’armadio,
la torta per i bambini,
che vengono a casa da scuola…
e bisogna viziarli:
“Per te un altro vestito!
A te compro le scarpe”.

Una delle canzoni d’amore più strane e più indovinate che conosca. L’amore quello puro, quello che travalica gli interessi economici, l’amore che sa ridisegnare una scala dei valori a misura d’uomo. Sentirsi un signore carezzando il volto pulito dell’amata.
Il tutto giocato in una Milano operaia, tanto lontana dalla Milano da bere degli anni Ottanta e dalla capitale della moda (?) dei nostri giorni, ma molto più interessante, dignitosa e verace. Un pezzo di storia.