Il calore infinito della mia povertà Giovedì, Mar 30 2006 

Alle volte, negli ospedali psichiatrici allestivano dei letti di fortuna, dei pagliericci per terra. E, se levavi gli occhi, vedevi i piedi legati del tuo vicino. Su uno di questi pagliericci, ricordo, ci sono stata per sei mesi, e il pavimento era freddo, ma io alzavo i miei occhi e guardavo il cielo, e poi ancora il sole, e sentivo il calore infinito della mia povertà.
(Alda Merini, L’altra verità. Diario di una diversa, Rizzoli, Milano 2000)

La prosa della Merini non è mai davvero prosa, le parole si affastellano comunque sempre con la sapienza dei suo fine orecchio musicale. Consiglio questo libro come introduzione alla sua produzione poetica, una sorta di laboratorio esistenziale e letterario in cui si disvelano le arcane alchimie dei suoi ossimori e dei suoi sorprendenti moti dell’animo.
Una donna che può insegnarci a vivere.

Libridinoso a piede libero Giovedì, Mar 30 2006 

Ho sempre amato i libri. Non solo li leggo, ma li annuso, faccio schioccare la carta tra le dita. Li accumulo, li colleziono, li compro, li presto, li regalo… mai rubati, giuro! Ecco perché amo definirmi un libridinoso…
Negli ultimi giorni mi son dato al brivido dello shopping, al suo caldo appagare le frustrazioni. Solo che non vago per boutique, ma per librerie. Però la differenza è davvero sottile. Tutto è vanità.
Ho deciso di aprire una nuova categoria del blog, in cui mettere alcuni spunti provenienti dalle mie disordinatissime letture. Magari qualche lettore ne sarà incuriosito.

.s.e.i. Mercoledì, Mar 29 2006 

Abiti la miseria della
notte come infarto
siderale che genera
astri settembrini e
cinguettanti. Sei ruscello
di silenzi. Profumo di
lontananza. Ti sto di fronte
come albero naufragato.

Battere la fronte in terra Mercoledì, Mar 29 2006 

TIRANNIA. Si chiama «tiranno» quel sovrano che non conosce altre leggi che il suo capriccio, che ruba gli averi dei suoi sudditi e poi li arruola per andare a rubare quelli dei suoi vicini. Di tali tiranni, in Europa, non ce ne sono.
Si distingue la tirannia di uno solo e quella di molti. Questa tirannia di molti sarebbe quella di un corpo che usurpasse i diritti degli altri corpi, e che esercitasse il dispotismo per mezzo delle leggi da lui corrotte. Non esistono nemmeno queste specie di tiranni in Europa.
Sotto quale tirannia preferireste vivere? Sotto nessuna; ma, se bisognasse scegliere, detesterei meno la tirannia di uno solo che quella di molti. Un despota ha sempre qualche momento di buonumore; un’assemblea di despoti non ne ha mai. Se un tiranno mi fa un’ingiustizia, potrò disarmarlo per mezzo della sua amante, del suo confessore o del suo paggio; ma una compagnia di cupi tiranni è inaccessibile ad ogni seduzione. Quando non è ingiusta, è per lo meno dura; e mai concede grazie.
Se vivo sotto un solo despota, me la cavo scansandomi contro un muro, appena lo vedo passare, o prosternandomi o battendo la fronte in terra, secondo i costumi dei vari paesi; ma se al governo c’è una compagnia di cento despoti, sono costretto a ripetere la cerimonia cento volte al giorno, il che alla lunga è assai noioso, quando non si abbiano le giunture pieghevoli. Se poi ho un podere vicino a quello di uno di questi signori, sarò schiacciato; se ho un processo contro un parente dei suoi parenti, sarò rovinato. Come fare? Ho paura che in questo mondo si sia ridotti ad essere incudine o martello: beato chi sfugge a questa alternativa.

(Voltaire, Dizionario filosofico, sottolineature mie)

Dobbiamo ancora “battere la fronte in terra” o non sarà il caso piuttosto di rialzarla e riaffermare i diritti e le garanzie repubblicane e democratiche che un arricchito insolente e ignorante sta cercando di voltare in commedia? Ho deciso che mi disinteresserò della questione fino al 9 aprile perché questa ignobile campagna elettorale mi ha messo ormai il voltastomaco.
E poi, checché ne dicano i manuali scolastici di regime, Voltaire era un comunista. In fondo ha ragione Berlusconi: c’è la democrazia in pericolo! Peccato che il pericolo sia lui.

.c.i.n.q.u.e. Martedì, Mar 28 2006 

La penna riconosce
la virtù del poeta
e la sveltezza argentea
del baleno. Cupa
memoria degli anni,
la poesia divora tutto.

La Monadologia: proposizioni 4-6 Lunedì, Mar 27 2006 

4) Così non vi è da temere dissoluzione, non vi è nessuna maniera concepibile per la quale una sostanza semplice possa naturalmente perire.

5) Così si può dire che le monadi non potrebbero cominciare e finire che in un solo momento, cioè non potrebbero cominciare che per creazione, e finire se non per annichilazione, mentre ciò che è composto comincia o finisce per parte.

6) Per la stessa ragione non vi è alcuna maniera per la quale una sostanza semplice possa cominciare naturalmente, poiché non potrebbe essere formata mediante composizione.

La nascita e la morte degli oggetti si traducono in accorpamento e disgregazione di parti, poiché essi sono degli aggregata (cfr. prop. 1) di parti semplici, le monadi appunto. Queste ultime sono invece prive di parti e pertanto non possono costituirsi come accorpamento né dissolversi mediante una scissione di parti.
Comincia ad affacciarsi, anche se per ora con una finalità puramente strumentale, il riferimento all’attività divina che tanta parte avrà ai fini di una comprensione più generale della Monadologia.

.q.u.a.t.t.r.o. Domenica, Mar 26 2006 

Credo siano infinite
forme possibili delle
sue gambe
insostituibile vergine
di carne azzurra.
Credo siano solo
labbra e cielo
quando ci misuriamo
pavidi con l’abisso.

Lo ammette solo a
testa in giù tra
le spire feraci dei
miei ‘non so’.

La Monadologia: proposizioni 2 e 3 Giovedì, Mar 23 2006 

2) Bisogna che ci siano delle sostanze semplici, poiché vi sono dei composti; infatti il composto altra cosa non è che un raggruppamento o aggregatum di semplici.

3) Ora, là dove non ci sono parti non vi è né estensione né figura né divisibilità possibile. E queste monadi sono i veri atomi della Natura, e, in una parola, gli elementi delle cose.

Ecco emergere una prima netta distinzione tra la prospettiva di Leibniz e quella degli atomisti antichi e moderni. Secondo questi ultimi gli atomi sono sì le sostanze prime, indivisibili e prive di parti che unendosi tra loro danno luogo ai corpi, ma sono altresì dotati di estensione e di figura. Le monadi, invece, non sono altro che punti metafisici. Non vanno confuse, naturalmente, con i punti matematici e geometrici, perché alle monadi, come si vedrà più avanti, pertiene l’azione come peculiare modo d’essere.
Il pensiero di Leibniz riprende tematiche classiche in una temperie culturale e soprattutto filosofica dominata dal cartesianesimo e dal meccanicismo. Nella filosofia della natura predominante ciò che conta ha i caratteri della res, della res extensa. In buona sostanza, quella di Leibniz è una reazione al materialismo e al determinismo che costituiscono una delle correnti fondamentali della filosofia moderna, nonché uno degli elementi più importanti di quel background che favorisce la nascita della scienza moderna. Il materialismo, secondo il filosofo tedesco, è insensato, non conduce mai a spiegare i fenomeni in quella che è la loro essenza: la finalità, il loro telos. Ciò risulta molto chiaramente da un bellissimo passo tratto dal Discorso di metafisica.

Bisogna sempre spiegare la natura matematicamente e meccanicamente, purché si sappia che i principi stessi o le leggi della meccanica o della forza non dipendono dalla sola estensione matematica, ma da ragioni metafisiche.
(Discorso di metafisica, XX, I. 88)

Quello di Leibniz non è dunque un rifiuto in toto della scienza moderna, ma piuttosto un richiamo gnoseologico ai fondamenti metafisici del reale, una presa di distanze dal materialismo più gretto. Ed è proprio la monade, il punto metafisico inesteso e (come vedremo attivo), lo strumento filosofico che gli permette di fondare la sua teoria del mondo, una vera cosmologia (dal greco ‘kosmos’, ordine), che descrive metafisicamente, idealisticamente, appunto, l’universo nella sua più intima essenza.

La monadologia: proposizione 1 Giovedì, Mar 23 2006 

Comincia con questa proposizione la prima parte dell’opera dedicata a una definizione della sostanza. Siamo portati subito sulle tracce di una derivazione di tale concetto dall’atomismo classico e dal corpuscolarismo moderno. E’ già una prima indicazione storiografica, benché come vedremo in parte fuorviante, del terreno in cui si forma la metafisica leibniziana.
La proposizione può essere messa in relazione con l’incipit de I principi razionali della natura e della grazia, composto nel medesimo periodo: “La sostanza è un essere capace di azione, ed è semplice oppure composta: a) la sostanza semplice è senza parti; b) la sostanza composta è un assemblamento di sostanze semplici, cioè di monadi – monàs è una parola greca che significa l’unità o ciò che è uno”. Questo “essere capace di azione” già anticipa qualcosa che verrà presto detto (proposizione 11) e che già ci induce a deviare dalla prospettiva atomistica.
Come vedremo nel prosieguo della trattazione, la monade è ben più che un mattone materiale che costituisce i corpi e la realtà, la monade non è un atomo nell’accezione che di atomo avevano gli atomisti classici o moderni. La monade di Leibniz è molto di più.

La “Monadologia” di Leibniz Giovedì, Mar 23 2006 

Con questo intervento inizia una lettura della Monadologia di Gottfried Wilhelm Leibniz, un testo fondamentale per la comprensione della filosofia del grande scrittore tedesco, da molti considerato l’ultimo genio rinascimentale. Un’opera che, avendo a che fare con il problema dell’unità (Monas in greco significa appunto “uno”, “monade”) costituisce, inoltre, un punto nodale della storia del pensiero occidentale. Il tentativo di Leibniz, come avrò modo di argomentare più diffusamente, è quello di pensare insieme uno e molteplice, il continuo e gli indivisibili. Bisogna tenere ben presente questo modo di filosofare, perché a mio modo di vedere solo all’interno di questa ottica tutta particolare è possibile seguire il dipanarsi del ragionamento di Leibniz senza perdersi e anzi coglierne l’estrema eleganza e forza. Nella sua metafisica vengono infatti a ricongiungersi i più diversi spunti del pensiero occidentale in una sintesi compiuta e in sé coerente.
La mia è molto modestamente la lettura di un curioso e non mi dispiacerebbe se qua e là potesse dar luogo a qualche discussione. Riferirò, quando li conosco e quando lo riterrò opportuno, spunti critici dei diversi autori che si sono interessati all’opera di Leibniz.
Non mi propongo obiettivi di natura scientifica, ma solo aver incuriosito un lettore e averlo spinto a leggere qualcosa di Leibniz sarà per me motivo di soddisfazione.
L’opera, assecondando l’uso del tempo (si pensi, a puro titolo esemplificativo all’Etica di Spinoza) e una certa concezione del filosofare, è schematicamente suddivisa in proposizioni. Nei vari commenti avrò modo di darne una collocazione più precisa nell’ambito della storia del pensiero e della biografia dell’autore. Ho creato una categoria apposita, così che i materiali possano risultare il più possibile ordinati.

.t.r.e. Giovedì, Mar 23 2006 

Nella nebbia m’ignoravi,
io che avevo già contato,
a tre a tre,
i capelli del tuo capo

e già bramavo di
insinuarvi la bocca
e sospiri di bosco,
d’afa, d’oblio.

.d.u.e. Lunedì, Mar 20 2006 

Vibro di te come del
silenzio appeso
tra due frasi musicali,
sei limite tra l’alba e
il giorno fatto, luccichio sorpreso
della stella mattutina. Sei
la gioia della terra
dopo il solletico dell’aratro.

Apeiron, questo sconosciuto Domenica, Mar 19 2006 

Faccio seguito a una richiesta della cara amica Martina che mi chiedeva di parlarle un po’ dell’àpeiron. Si tratta in realtà di un concetto molto caro alla storiografia della filosofia antica e che io stesso ho trovato sempre piuttosto interessante dal momento che la sua formazione costituisce una prima (se non la prima in senso storico assoluto, almeno la prima per importanza nel contesto del penserio presocratico) forte commistione tra cosmogonia e morale.
Tradizionalmente si ritiene che il concetto sia stato formulato da Anassimandro di Mileto (610/609-547/546), un pensatore che fu a capo di quella famosa scuola ionica fondata da Talete. Della sua opera Della natura ci è rimasto un solo frammento. E’ stato tuttavia possibile ricostruire in qualche modo la sua filosofia della natura facendo riferimento alle testimonianze dossografiche successive.
Secondo tali fonti, Anassimandro avrebbe posto come principio (arché) del mondo l’apeiron (il senza limite), una mescolanza primigenia ed eterna di tutte le cose. In questo tutto confuso e assolutamente disordinato nulla è affatto distinguibile. Gli elementi che compongono la natura trarrebbero origine da questo “crogiuolo” primordiale per separazione e opposizione di contrari: caldo-freddo, umido-secco e così via. Tale separazione, un principio di ordine che ha però la connotazione morale della discordia, dà vita al mondo corrompendo la perfezione ontologica e morale dell’unità. I componenti della natura, per potersi ricongiungere all’àpeiron dovrenno perire. La cosmologia e la cosmogonia di Anassimandro assumerebbero così, in qualche modo, una connotazione pessimistica, essendo il fine ultimo delle cose quello di perire nella continua lotta degli opposti, per poi rincongiungersi a quell’entità indifferenziata e illimitata (attenzione, non significa necessariamente infinita) dalla quale altre cose, altri mondi verranno di nuovo generati.
Una prospettiva curiosa che, pur nella sua semplicità e ingenuità, inaugura un modus philosophandi molto praticato successivamente (non solo in epoca antica, ma addirittura in epoca moderna) e che si caratterizza per la propensione ad approfondire le relazioni tra la natura del cosmo e quella dell’uomo, nel convincimento più o meno esplicito la conoscenza dell’una possa illuminare l’altra e viceversa.
Quello di Anassimandro è inoltre uno dei pochi casi nell’ambito della filosofia presocratica in cui viene evocato come arché (principio che fonda e origina il mondo) un ente non percepibile sensorialmente e non appartenente alla Natura in senso stretto. Ciò che per Talete era stata l’acqua, per Anassimene l’aria, per Eraclito il fuoco (ma qui ci sarebbero importanti precisazioni da fare) è per Anassimandro un insieme indistinto che in qualche modo, per dirlo con terminologia aristotelica, è mondo in potenza.

.u.n.o. Giovedì, Mar 16 2006 

Come animale notturno
t’aspetto al confine
tra la diffidenza e la carezza,
tu in forma di principessa
io sempre giullare
assordante giullare di niente.

Theoretikòs bios Giovedì, Mar 16 2006 

La felicità si consegue praticando la virtù suprema dell’uomo, quella che maggiormente lo avvicina agli dei: la sapienza. Questo è quanto sostiene Aristotele, aggiungendo un’affermazione sostanziale, fondante: la ricerca della sapienza dipende da un atteggiamento esistenziale: lo stupore, la meraviglia. Non disimpariamo a stupirci… delle venature delle foglie, del fulgore delle stelle, del sorriso di un bambino. Voglio stare con la bocca spalancata di fronte alla finestra del mondo!
La sapienza sta tutta in un’apertura, in uno stare-nel-mondo contemplante, puro, alieno da ogni riferimento al fare… lasciamo a Heidegger il suo martello!

Next Page »